La rivoluzione sociale prima o poi si diffonderà nel Kurdistan turco

La rivoluzione sociale prima o poi si diffonderà nel Kurdistan turco

Da Zaher Baher dell’ Haringey Solidarity Group e Kurdistan Anarchist Forum

Di seguito è riportato il risultato della mia visita nel Nord Kurdistan in Turchia dal 02/11/14 all’ 08/11/14 come membro di una delegazione del Regno Unito, organizzata da Campagna di Pace in Kurdistan (PIK), Partito Democratico Popolare (HDP) e Congresso della Società Democratica (DTK).

Durante la visita abbiamo avuto la possibilità di incontrare molte organizzazioni, tra cui partiti politici, sindacati locali e regionali, co-sindaco di Diyarbakir e Suruc, il Coordinamento degli aiuti umanitari ai profughi, Campi Profughi, Villaggi al confine di Kobane, rappresentanti di Movimento delle Donne Libere e Democratiche, Associazione per i Diritti Umani, i rappresentanti del Partito democratico Regionale, Associazione degli Avvocati di Diyarbakir ed infine l’incontro con la Federazione delle Famiglie dei Detenuti.

Durante il nostro incontro con le persone abbiamo avuto totale libertà di porre le domande riguardo la situazione, le loro responsabilità, il loro approccio ai problemi che si trovano ad affrontare, e le loro attività attuali e future.

Non vi è dubbio che ciascuna delle organizzazioni di cui sopra era sovraccarica di lavoro, carente di fondi, aiuti umanitari e la mancanza di sostegno da parte del governo centrale. Questo avveniva per i seguenti motivi:

a – La guerra in Kobane aveva creato un grosso problema nella regione a causa del numero enorme di profughi dalla città e dalla comunità Ezida da Shangal (Sinjar Province). Questo ha creato un grosso problema per ciascuno dei suddetti dipartimenti.

b – La lentezza del processo di pace tra PKK e il governo turco, che si è quasi fermato. Questo, ovviamente, ha reso il popolo arrabbiato, frustrato e deluso.

c – Il proseguimento della guerra a Kobane ha causato ancora più uccisioni e lo spostamento di persone, mentre non vi è alcuna speranza evidente di sconfiggere l’Isis. Ci sono prove che il governo turco sta sostenendo l’Isis. Queste sono le ragioni per cui aumentano le manifestazioni e le proteste e la risposta viziosa da parte della polizia che destabilizza ulteriormente la situazione.

L’osservazione più importante durante la nostra visita è la frammentazione delle organizzazioni, e la formazione di una varietà di gruppi in luoghi diversi. Alcuni di questi erano vecchi, ma molti sono cresciuti durante l’ultimo paio di anni. Ciascuno di loro sta lavorando per il progresso della società verso una situazione di stabilità, pace, libertà, giustizia sociale, diritti umani, c’era qualche segno di coordinamento tra di loro.

Molti di questi enti si sono formati automaticamente e si fanno forza da soli al di là della situazione attuale e del governo centrale. Questo è un motivo per cui si è creata un po’ di tensione tra loro e il governo. E’ sorprendente notare che il Comune di Diyarbakir è eletto dal popolo kurdo, ma non ha alcun contatto né con il capo della polizia o il governatore di Diyarbakir. Questo è il caso anche di altri dipartimenti. Per esempio, quando abbiamo chiesto all’Associazione dei Diritti Umani se hanno scritto alla polizia per il loro comportamento e le molestie verso le popolazioni locali, hanno risposto dicendo che “Non vi è niente da scrivere visto che mai ci rispondono.” Ci sono molte scuole curde, ma lo Stato non le riconosce. Le persone però sostengono fortemente queste e sono fiduciose che un giorno possano costringere lo Stato a riconoscerle. E’ interessante come la gente sta sfidando il potere e lo stato. C’è un potere nel potere. C’è ” il potere del popolo ” e la gente ci crede, si lavora per questo, la gente ha fatto forza su sé stessa malgrado il potere dello stato ed è diventata pratica e forte. Questo è il metodo della gente: riprendersi in mano il potere usurpato da un’ elite minoritaria. Anche se questo non è difficile nelle città dove la stragrande maggioranza sono curdi e credono nei cambiamenti. Così la rivoluzione sociale parte dal basso della società, e non dall’alto.

Dopo 28 anni di guerra, il PKK ha capito che deve cambiare la direzione delle sue lotte, i suoi obiettivi e la sua strategia altrimenti il suo futuro non sarà migliore del futuro di altri movimenti,

A mio parere il PKK o almeno la fazione dominante all’interno del PKK, ha preso la decisione giusta e la giusta direzione mettendo a tacere le armi e aprendo la sua mentalità, sostituendo alla strategia delle forze militari il potere delle persone, alla rivoluzione politica la rivoluzione sociale. L’onda della rivoluzione sociale è così forte che sarà estremamente difficile per chiunque o per qualsiasi partito politico cambiare la sua direzione figuriamoci fermarla. E’ diventata una cultura, in particolare per le giovani generazioni, che si sono rese conto che è l’unico modo per sfidare il potere, per sfidare il sistema e apportare grandi cambiamenti.

Attraverso il dialogo con la gente, sono così fiduciosi di poter apportare cambiamenti. All’incontro con il Movimento delle Donne Libere e Democratiche, c’erano 9 donne presenti. Ci hanno detto come affrontano il problema delle donne nella società, come la violenza domestica, stupri e altri abusi, come sostengono gli individui ed il metodo per renderli sicuri e affrontare il loro problema. Alcune di loro hanno parlato della loro esperienza e ci hanno detto perché hanno aderito al movimento, in realtà sono quasi diventate altre persone. Prendono parte al campo della pace delle donne, condividendo gli obiettivi, discutono i libri che leggono e lavorano con le donne della federazione democratica di Kobane . Quindi abbiamo chiesto loro se ci fossero gruppi gay o lesbiche a Diyarbakir. In risposta ci hanno detto “ci sono un paio di gruppi in città, abbiamo contatti con loro e noi siamo delle loro sostenitrici accanite.” E ‘incredibile vedere in una città come Diyarbakir che c’è un movimento di donne con molto coraggio e apertura mentale che sostengono ciò.

La Federazione delle Famiglie dei Detenuti (Tuhad-FED) è un altro gruppo con cui abbiamo avuto un paio di ore di incontro. Questo gruppo si è formato nel 1996 in maniera pubblica. Dispone di 14 volontari, la metà delle quali sono donne che lavorano instancabilmente. La maggior parte dei soci fondatori del gruppo ha avuto un’esperienza carceraria molto amara, sono stati torturati o detenuti per un periodo di tempo. Il suo co-presidente della federazione è ancora in carcere. Questa federazione è molto attiva ed ha contatti regolari con le famiglie ed i genitori dei detenuti. Li sostengono per tenersi in contatto, trovare un avvocato per i detenuti e finanziare le famiglie dei più poveri per visitare i loro cari in carcere.

Questo gruppo è in contatto con diversi gruppi all’estero e localmente con l’Associazione per i diritti umani (IHD). Nel nostro incontro con l’IHD, hanno confermato che la polizia ha arrestato molte persone alla manifestazione del 06/10 e 07/10 (2014) contro l’autorità turca. Ciò quando molte migliaia di persone sono fuggite da Kobane in Turchia contro la volontà del governo. Le manifestazioni sono state contro la politica silenziosa dello stato della Turchia che sostiene l’Isis. Il capo dell’ IHD ha confermato che soli 5 minuti prima del nostro arrivo, un paio di persone sono venute nel loro ufficio per informarli che i loro figli, di età compresa tra 16 e i 17 anni, sono stati portati via dalla polizia. Essi sono stati informati del fatto che durante la manifestazione 42 persone e 2 poliziotti sono stati uccisi, 1.128 persone sono state arrestate tra cui 53 bambini, e 221 sono ancora in carcere.

In un incontro con il co-presidente di uno dei sindacati che lavora in un ospedale, lei ha confermato l’arrivo di 128 feriti e alcune persone ferite gravemente al loro ospedale. La polizia ha fatto irruzione nell’ufficio del sindacato e in ospedale un paio di volte per scoprire se qualcuno che ha aiutato le persone a Kobane è stato ricoverato in ospedale. Quando hanno trovato malati e feriti da Kobane lei e le altre infermiere hanno subito vessazioni, abusi verbali ed hanno preso i loro documenti di identità.

Nel nostro incontro con l’Associazione degli Avvocati di Diyarbakir, abbiamo incontrato 5 Avvocati. Ci hanno detto che hanno circa 1000 avvocati nella regione del Kurdistan che lavorano in diversi dipartimenti, si occupano di difesa dei diritti delle donne e dei bambini o lavorano presso i centri di assistenza legale finanziati dallo stato. Hanno confermato che grandi cambiamenti non hanno avuto luogo dall’inizio del processo di pace. Loro sono ottimisti e ritengono che la situazione migliorerà entro il prossimo anno, quando cambierà la costituzione. Hanno sottolineato che c’era un sistema di cauzione, ma questo non si applica a coloro che sono coinvolti in cause politiche e le loro cause devono essere risolte in tribunale. Quando abbiamo chiesto loro di fare denunce circa il comportamento della polizia, mi hanno risposto “Non riteniamo che ne valga la pena perché la polizia non ascolta e non cambierà il suo atteggiamento.”

Hanno confermato che 2000 studenti sono stati arrestati e in tutta la Turchia 3000-4000 persone sono ancora in carcere e questo nonostante la costituzione turca in cui si afferma che le persone non dovrebbero essere arrestate per attivismo politico o opinione. Tuttavia, se si appartiene a una certa parte politica o scoperto in possesso di una sorta di bandiera o striscione con slogan di incitamento all’odio, si diventa perseguibili di arresto.

I drammi dei rifugiati continuano:

Dalla caduta di Mosul, in Iraq, da parte dell’Isis e il genocidio degli Eyzidis e l’inizio della guerra in Kobane, la regione del Kurdistan in Turchia è sopraffatta dai rifugiati provenienti da Kobane e Sinjar. Più di 100.000 Eyazedis sono fuggiti, molti di loro sono finiti nel Kurdistan iracheno e altri 18000 sono arrivati in Turchia. Ci sono anche circa 4000 di loro in uno dei campi appena alla periferia di Diyarbakir. Il co-sindaco di Diyarbakir ha confermato che non vi è stato alcun sostegno da parte delle Nazioni Unite. La gente della regione ha donato denaro per le tende, cibo e vestiti. Ha detto che ” il 90% della donazioni e aiuti è arrivato al comune di Diyarbakir dalla gente locale e solo il 10% dallo stato. ” Ci ha detto che lavorano molto duramente per fornire beni di prima necessità, come tende, cibo, vestiti, acqua calda, energia elettrica, docce, ambulatori medici e le scuole ai loro figli. Ha detto che hanno grandi difficoltà perché tutti i servizi devono essere effettuati da volontari; non hanno abbastanza persone. Inoltre mancava personale qualificato, medici, infermieri, letti, ambulanze e medicine. Il governo turco non li supporta nella fornitura di servizi e tutto è stato organizzato dai Comuni.

Abbiamo incontrato anche il sindacato della Regione sud est dell’ Anatolia in cui Gabb è responsabile del coordinamento degli aiuti umanitari ai profughi. Questo ente è composto da 286 membri, di cui il 30% sono donne. Essi eleggono 7 persone come parte attiva del comitato. La metà del loro budget proviene da tutti i Comuni della regione che hanno contatti all’estero. Gabb ci ha detto di avere un piano intensivo per i prossimi 3 mesi per il coordinamento tra i campi profughi, tra i profughi di Kobane e Shangal e anche con la Turchia per ottenere informazioni e sostegno umanitario. Essi intendono anche classificare le persone per sesso, età, salute e altri problemi. Hanno confermato che sovrintendono e sostengono 9 campi di rifugiati, in cui 4 di loro di Eyazidis da Shangal. Hanno confermato che già intorno ai 6000 di loro sono tornati nel Kurdistan iracheno, ma ha ricevuto 96 000 di più che si sono stabiliti a Suruc, e 2840 a Mardin.

Abbiamo anche visitato il campo profughi degli Eyazidis dove vivono oltre 4 000 persone. Queste persone si sono lamentate per la qualità del cibo, l’acqua calda, i medici e gli infermieri. Ci hanno detto che a causa della mancanza di trasporti ci vogliono 15 giorni per essere trasferiti in un ospedale e i rifugiati senza denaro devono pagare per il loro trattamento sanitario.

In Suruç, abbiamo visitato il campo profughi di Kobane che è stato istituito il 15/09/14. Hanno le stesse agevolazioni dei rifugiati di Shangal. Sembrava vivessero in condizioni ragionevoli. Ci hanno detto che hanno 15 medici, 20 infermieri e molti altri su chiamata a prendersi cura di loro. Sembra che siano più felici dei rifugiati di Shangal, probabilmente a causa dei seguenti fattori:

a – Sono molto vicini a Kobane, da dove vengono, e questo psicologicamente influenza, rispetto agli Eyazidis lontani da Shangal.

b – I rifugiati a Kobane ritengono che il loro soggiorno è temporaneo e torneranno a casa presto. Gli Eyazidi hanno poche speranze di tornare perchè l’Isis controlla stabilmente la loro regione.

C – I rifugiati di Kobane hanno avuto il tempo di uscire di casa e alcuni sono riusciti a prendere i loro oggetti di valore con loro. Gli Eyazidis, d’altra parte sono stati posti di fronte alla strage immediata. Hanno lasciato tutto alle spalle e molti dei loro parenti sono stati uccisi. Centinaia di donne sono state rapite dall’ Isis ed il numero di donne vendute per schiavitù sessuale a seguito delle incursioni è ancora sconosciuto.

d – I rifugiati provenienti da Kobane l’hanno lasciata mentre c’erano ancora persone dietro a combattere le forze dell’Isis. Gli Eyazidis sono amareggiati verso le forze di Massoud Barzani (I peshmerga), ci hanno informato che non appena l’ Isis è arrivato i Peshmerga si sono ritirati ed hanno lasciato massacrare gli Eyazidi. Il ritiro del Peshamerga è un mistero e nessuno sa se è avvenuto su ordine di Massoud Barzani, per un accordo tra Isis, il governo turco e Barzani o qualcos’altro. Quando abbiamo parlato con la gente nel campo Eyazida alcuni di loro non nascondono la loro rabbia e la frustrazione contro i Peshmerga di Masoud Barzani.

Il governo turco ha cambiato la sua tattica, ma non la sua strategia contro il popolo curdo:

Ovunque la gente ha una cosa in comune: ‘Non c’è stato alcun cambiamento di rilievo dal momento del cessate il fuoco del dicembre 2012.’ La soppressione e l’oppressione sono in corso, ancora la comunità curda è emarginata, ancora si può vedere una grande differenza tra curdi e città turche.

Non c’è molto sostegno da parte del governatore della città o dal governo centrale ai Comuni che sono controllati dal popolo curdo. La comunità curda soffre molto della disoccupazione e di problemi di salute. Le persone vivono ancora in grande paura sia per la loro sicurezza o è timorosa che i figli siano molestati, rapiti o detenuti senza ragione.

E’ vero che il popolo kurdo ha ora il controllo dei suoi Comuni, e ha creato molte organizzazioni, associazioni, sindacati e una varietà di gruppi. Tuttavia, ricevono molto poco o nessun aiuto da parte del governo. Si è notato che i curdi hanno spinto maggiormente la loro causa e il governo turco non ha avuto altra scelta che accettare. Ciò può essere dovuto alla speranza del governo di diventare un membro dell’UE. Anche i curdi hanno semplicemente rifiutato la vecchia situazione. Essi sono pronti a combattere e non vogliono fermare la loro rivoluzione sociale, che è al suo inizio.

Possono succedere tante cose, ma niente che può far deragliare la rivoluzione sociale:

La situazione è molto tesa e delicata. Il processo di pace sembra essersi fermato. Kobane è ancora assediata, l’ Isis è ancora una grande minaccia per la regione e rimuovere Assad dal potere sembra non essere possibile per il momento. Gli Stati Uniti e il resto dei paesi occidentali potrebbero mettere in atto una chiara politica o una strategia per sconfiggere l’Isis e il governo turco non è serio nella trattativa con il PKK. Questi fattori hanno un impatto diretto o indiretto sulla situazione in Turchia.

Tuttavia, i fattori più importanti di cui sopra che potrebbero far deragliare la rivoluzione sociale sono:

a –La fine del cessate il fuoco da parte del PKK e il ritorno alla guerriglia. Questo sarebbe un disastro per la società turca e la comunità curda. Non c’è dubbio che questo porterebbe più uccisioni, più distruzione, più spostamento di persone, creando un sentimento d’odio tra curdi e turchi, aumentando l’ondata di razzismo e avrebbe un impatto negativo nella regione nel suo complesso e nelle regioni curda in Iraq, Iran e la Siria in particolare.

b – L’atteggiamento degli Stati Uniti e dei paesi occidentali che trattano il PKK come organizzazione terroristica non aiuta la situazione. Proseguire tale politica non porterà alcun beneficio né per curdi o ai loro alleati nella regione. Questi paesi hanno bisogno di cambiare i loro atteggiamenti sul PKK, dovrebbero capire che non è la stessa organizzazione che era nel 1990. Essi dovrebbero considerare PKK come forza principale della regione, forza molto popolare. Essa è infatti cambiata ed è progredita notevolmente negli ultimi anni. Pertanto, il PKK non può essere emarginato. Gli Stati Uniti ei paesi occidentali dovrebbero costringere il governo turco a non considerare scontato il cessate il fuoco, essi dovrebbero afferrare l’occasione per porre fine a questa lunghissima vertenza.

c – Il governo turco ha rapporti dubbi con Isis e le altre organizzazioni terroristiche nella regione. Per esempio li usa in una guerra per procura che può diventare estremamente rischiosa per la Turchia. Il presidente della Turchia, il sig Tayip Erdogan, e il suo governo dovrebbero lasciare il loro sogno di creare il vecchio Impero Ottomano nel ventunesimo secolo. Invece dovrebbero concentrarsi sui loro problemi interni, in particolare la questione curda.

d- C’è ancora una grande lotta tra i vertici militari e i politici in Turchia per il potere. Il processo di pace non è mai stato l’interesse dei vertici militari. Anche se attualmente la lotta è sempre meno efficace, l’intervento di reti di spionaggio all’interno della regione insieme con gli Stati Uniti e i paesi occidentali potrebbe rilanciare questa lotta e rafforzare l’idea nei generali di un colpo di stato militare. Questo, ovviamente, non è nell’interesse del processo di pace e della rivoluzione sociale perchè riporterebbe le vecchie politiche di repressione, l’oppressione e l’uccisione di persone innocenti e il ritorno a come era prima.

Traduzione a cura della commissione relazioni internazionali della Federazione Anarchica Italiana

Entretien avec le Forum Anarchiste du Kurdistan (KAF en anglais) sur la situation en Irak et au Kurdistan et sur le conflit avec l’État Islamique

Texte en anglais trouvé sur le site anar «anarchistan.tk» (https://anarkistan.wordpress.com/page/2/ en date du 03 septembre 2014). Il a été traduit, fin novembre 2014, par un membre du Collectif Anarchiste de Traduction et de Scannérisation de Caen (et d’ailleurs) : http://ablogm.com/cats/

Le texte a été féminisé et il est librement utilisable par tous et toutes.

 

Entretien avec le Forum Anarchiste du Kurdistan (KAF en anglais) sur la situation en Irak et au Kurdistan et sur le conflit avec l’État Islamique , réalisé par le site web anarchiste espagnol (www.alasbarricadas.org) le 3 septembre 2014.

ALB: Comment allez-vous ?

Nous allons bien mais, comme beaucoup d’entre vous, nous sommes extrêmement concerné-e-s à propos de la situation actuelle en Irak en général et dans la partie irakienne du Kurdistan en particulier. Nous sommes très actifs-ves dans les médias sociaux en ce qui concerne l’écriture, faire des commentaires et discuter de la crise actuelle qui existe avec différentes personnes et groupes.

ALB: Craignez vous que l’attaque de l’État Islamique (État Islamique d’Irak et du Levant, EIIL) n’entraîne la défaite des Peshmergas ?

En fait l’attaque de l’EIIL n’est pas juste une attaque contre les forces ou l’armée du Gouvernement Régional du Kurdistan (GRK), c’est une attaque contre tout le monde. Comme vous le savez, l’EIIL est la force la plus sombre et il est bien plus brutal que n’importe quel autre groupe terroriste. Ils ne distinguent pas entre les gens armés et les gens ordinaires. Partout où l’EIIL est entré, les résident-e-s ont vécu de très durs moments, étant contrôlé-e-s, en les soumettant par la mise en œuvre de la Charia. Nous sommes sûr-e-s que vous avez entendu parler de ce qui est déjà arrivé aux yézidis alors qu’ils et elles sont un peuple pacifique et qu’ils et elles ne combattent pas du tout contre eux. L’EIIL n’est pas moins brutal envers les chrétien-ne-s et les chiites parce qu’ils croient que ces gens sont tous des diables ou des démons.

Nous sommes plus concerné-e-s par la guerre actuelle à laquelle les gens en Irak et les kurdes irakien-ne-s font face maintenant que par la défaite des Peshmergas face à l’EIIL. Les forces du GRK (Peshmergas) sont les forces corrompues des partis politiques actuels qui sont au pouvoir, principalement le Parti Démocratique du Kurdistan (PDK) dont le leader est Massoud Barzani qui est également le président du Kurdistan irakien et l’Union Patriotique du Kurdistan (UPK) encore dirigé par Jalal Talabani, qui est l’ancien président irakien.

Il y a aussi d’autres forces provenant d’organisations islamiques et d’autres petits partis politiques. Toutefois nous savons que ces forces (Peshmergas) sont un outil dans la main des partis politiques et du GRK, mais, comme vous le savez, nous n’avons rien en commun avec eux et nous les avons toujours considéré comme des forces répressives. Cependant, alors que l’Irak et le Kurdistan font face en ce moment aux forces les plus sombres de l’histoire actuelle, nous devons être inquiets concernant une défaite des Peshmergas.

Il y a un autre point important que nous voudrions porter à votre attention. Les Peshmergas au début n’étaient pas seulement vaincus, ils fuyaient sans tirer une seule balle. S’il n’y avait pas eu les Unités de Défense du Peuple (YPG en kurde) et les Unités de Défense du Peuple (YPJ en kurde) (les forces kurdes syriennes) et plus tard le PKK, l’EIIL aurait pu facilement envahir la capitale du Kurdistan irakien, Erbil. S’ils avaient occupé Erbil ensuite le reste des villes du Kurdistan pouvait tomber dans leurs mains sans résistance ou avec très peu de résistance.

ALB: Est-ce que vos membres sont en train de travailler à l’auto-défense contre l’EIIL ?

Comme nous, en tant que KAF, nous l’avons préalablement dit, nous sommes seulement un forum virtuel, pas une organisation physique, et nous n’avons pas des gens de haut en bas. La majorité d’entre nous, qui écrivons dans notre forum (Seko), nous vivons à l’étranger ; nous ne pouvons par conséquent rien faire physiquement pour l’autodéfense du Kurdistan. Si vous pensez à des gens au Kurdistan qui sont d’accord avec nos idées ou proches du KAF, bien sûr, ils et elles essayent de s’organiser par eux et elles mêmes pour résister. Toutefois, parce qu’il n’y a pas un mouvement anarchiste au Kurdistan, nous avons peur de devoir vous dire que, oui, il n’y a pas de groupes d’autodéfense ou de mouvement comme nous pouvons en voir en Turquie ou au Kurdistan syrien (Rojava). Nous croyons que la seule force ou le seul pouvoir qui peut vaincre l’EIIL, c’est l’autodéfense indépendante de la masse du peuple. Malheureusement, cette force ou ce mouvement n’existe pas pour le moment.

ALB: Que pensez vous des bombardements américains ?

Avant que les USA n’aient décidé de bombarder et frapper les bases de l’EIIL, il y avait beaucoup de rumeurs et des nouvelles selon lesquelles l’EIIL avait été créée par les USA, le Royaume-Uni et les israelien-ne-s. La preuve la plus évidente à laquelle nous pouvons nous référer concernant cela provient d’Edward Snowden. Maintenant quand ils (les USA et le Royaume-Uni) décident d’attaquer l’EIIL et de vendre des armes au GRK, c’est pour saper les information d’Edward Snowden et les rumeurs qui se répandent largement.

Nous sommes contre l’intervention des USA et des pays occidentaux et également le fait de vendre des armes au GRK. Nous savons que c’est un gros business pour eux et qu’ils peuvent faire beaucoup de profits à travers ce commerce. Nous ne voulons pas non plus que le Kurdistan devienne un champ de bataille pour l’ensemble des groupes djihadistes dans le monde contre les USA, les pays occidentaux et les kurdes, dans lequel tellement de gens innocents seraient tués et où beaucoup de lieux seraient détruit. De plus, la situation de guerre crée plus de haine entre les kurdes et les arabes, entre les kurdes et les sunnites. Ce qui cause pendant ce temps là l’émergence de nombreux groupes racistes et fascistes.

Les seuls gagnants dans les guerres ce sont les grosses compagnies qui vendent les armes et les équipements de guerre, et les perdants sont toujours les pauvres gens.

ALB: Travaillez-vous avec le PYD/PKK/PÇDK ? ( Le PKK du Kurdistan turc a plusieurs partis frères dans les autres parties du Kurdistan : le PYD au Kurdistan syrien, le PÇDK au Kurdistan irakien et citons aussi le PJAK au Kurdistan iranien. Note Du Traducteur).

Non, nous ne le faisons pas. Parce que nous rejetons tout soutien ou coopération avec tous les groupes et organisations hiérarchiques, politiques et autoritaires. Nous nous alignons avec et sommes seulement intéressé-e-s par toute résistance des masses populaires et des mouvements sociaux, où qu’ils soient dans le monde et nous sommes prêt-e-s à les soutenir par tous les moyens dont nous disposons.

 

ALB: En ce qui concerne vos réponses, en Irak, il y a maintenant un groupe d’autodéfense appelé les Unités de Protection de Sinjar (YPS en kurde). Je pense que c’est une création des YPG. Le PÇDK est également en train de créer sa propre milice. J’imagine que certains peshmergas de la base peuvent maintenant regarder les milices d’autodéfense avec sympathie. Pensez-vous qu’il est possible d’avoir dans les prochains mois un canton autonome en Irak, similaire à ceux du Rojava ? Je veux dire autonome face au GRK, aux USA et tout le reste…

Nous ne pensons malheureusement pas que quelque chose comme ce que vous évoquez peut arriver facilement et rapidement parce que :

Premièrement, la nature du système parlementaire et le rôle du centralisme en Irak, comme ailleurs, ne le permet pas. Deuxièmement, 13 ans de sanctions par les pays occidentaux et les USA contre l’Irak et y compris le Kurdistan, ainsi que l’invasion et l’occupation, et ensuite l’imposition de la politique de marché libre et de globalisation en Irak, ont forcé le pays à être dépendant des conditions qui ont été posées par les grands pouvoirs en Europe et les institutions financières (FMI, Banque Mondiale, Banque Centrale Européenne). Troisièmement il y a également une raison interne. Le GRK a dominé durant les 22 dernières années tous les aspects de la vie du peuple au Kurdistan. Il a travaillé à changer la mentalité des citoyen-ne-s pour qu’ils et elles soient corrompu-e-s, matérialistes, qu’ils et elles perdent leur confiance en eux et elles mêmes et leur indépendance pour devenir dépendant-e-s de lui, mentalement et financièrement. Le GRK a créé une telle atmosphère au Kurdistan que la majorité du peuple pense juste à comment être riche et à entrer en compétition avec les autres pour devenir plus riche et être dans de meilleures conditions. Dans un pays très riche comme le Kurdistan, son peuple est dépendant de tout ce qui est importé de l’étranger, il n’y a pas d’économie indépendante car les politiques des partis qui sont au pouvoir ont détruit l’économie indépendante du Kurdistan.

Nous croyons qu’en ce qui concerne ce qui est arrivé au Kurdistan syrien en terme d’organisation d’Unités militaires et également d’auto-gouvernement dans ses trois cantons, il y a le PKK et le PYD derrière et la DSA (l’administration locale qui a été créée dans ces cantons –Note Du Traducteur) est sous leurs influences. Cela signifie que si quelque chose comme ça se produit à Sinjar, ni le GRK ni le gouvernement central irakien, ni les pays dans la région, ni les USA ne permettront à ce couple de forces (PKK et PYD) de rester longtemps à Sinjar pour encourager les gens là-bas à annoncer leur propre auto-gouvernement.

Nous reconnaissons qu’organiser des unités de défense du peuple en tant qu’armée du peuple et également une auto-administration démocratique (DSA en kurde) sur la base de coopératives et de communes populaires et l’émergence du fédéralisme nécessite un très long processus de luttes de masses indépendantes pour s’impliquer dans toutes les questions sociales et économiques qui deviennent quelque chose de très urgent et nécessaire. Ce sont les bases pour organiser de véritables unités de défense du peuple et l’administration démocratique direct sans quoi les milices seront une milice comme n’importe quelle autre dans le monde et la soi-disant DSA sera un vrai gouvernement dictatorial.

C’est un fait qu’il y a eu une grande conspiration pour le retrait des forces du GRK (peshmergas) et cela a créé une brèche ou a donné une opportunité pour qu’émerge une résistance de masse et la mise en place d’Unités de Protection parmi les yézidis eux et elles mêmes qui ont subi un génocide et ont été déplacés. Cependant, il y a un autre point important dont vous n’êtes peut être pas au courant et qui est que parmi les yézidis eux et elles mêmes, il y a des élites, spécialement le Prince de la religion et les gens riches et puissants qui ont toujours soutenu les politiques du GRK, en ayant un impact sur beaucoup de gens dans la communauté yézidi en utilisant leurs influences religieuses. Cela peut être une grave menace pour diviser la communauté yézidi.

En bref, ni l’auto-conscience des gens sous le GRK, ni les terrains sociaux et économiques ne peuvent possiblement permettre, au moins dans le présent, ce que nous voyons se produire au Kurdistan syrien arriver à Sinjar. Qui plus est quand on sait qu’il y a une possibilité pour qu’à la fois le GRK et le gouvernement central irakien s’unissent contre la résistance populaire à Sinjar, en utilisant tous les moyens pour la réprimer et l’opprimer. Nous croyons également que les pays de la région, les pays occidentaux et les USA, qui ont pendant presque deux décennies investi politiquement et économiquement là-bas (au Kurdistan irakien) en faisant d’énormes profits, ne resteront pas simplement assis à observer la situation. Ils interviennent par conséquent premièrement en utilisant leurs réseaux d’espions, leurs soutiens logistiques et en fournissant au GRK et au gouvernement central irakien tout ce dont ils ont besoin pour qu’ils protègent leurs intérêts. Il faut vous rappeler qu’en même temps les gouvernements de l’Iran et de la Turquie essayent depuis longtemps d’éliminer continuellement les forces du PKK et qu’ils utilisent ce la comme une excuse pour pénétrer la frontière du Kurdistan avec leurs forces militaires et pour bombarder la région et tuer tellement de gens innocents. En plus de ce que nous avons dit, nous devons admettre qu’il n’y a pas du tout de mouvement social anarchiste là-bas (au Kurdistan irakien). Ce que nous avons là-bas c’est plus une idée et une pensée de l’anarchisme.

En fait les partis communiste et gauchistes essayent de créer leurs propres Unités sous le nom de « garde populaire ou Unités de la Résistance Populaire » mais ils ne sont pas dans une position suffisamment forte pour faire cela, et même s’ils arrivent à le faire dans le futur, cela ne sera pas quelque chose de différent des unités hiérarchiques ou dans le meilleur des cas ce sera des milices comme nous en avons tellement des deux types (milices et milices d’État) au Kurdistan.

Leur intention réelle est de se constituer un capital politique à partir de cela, et comme tout autre groupe politique ou Unités militaires, d’obtenir des indemnités et des salaires de la part du gouvernement bourgeois.

ALB: Quelques femmes du PKK sont venues à Barcelone le mois dernier. L’une d’entre elle se reconnaissait comme anarchiste. Elle venait d’Allemagne et voulait en apprendre plus à propos de l’histoire anarchiste ici en Espagne. Pensez-vous qu’il y a des anarchistes dans les rangs du PKK ? Avez-vous des contacts avec eux et elles ? Serait-il possible d’avoir un courant de gauche libertaire au sein de ce mouvement hiérarchique ?

Oui, à l’intérieur du PKK et du PYD il y a des hommes et des femmes avec des idées et des pensées anarchistes. Certaines de ces personnes en sont arrivées là à travers leurs propres luttes et expériences. Les autres sous l’influence d’Abdullah Öcalan sont devenues anarchistes et libertaires. Ils et elles ont réalisé que l’anarchisme est la réponse la plus radicale au système capitaliste. Nous croyons que celles et ceux qui ont embrassé l’idéal anarchiste sous l’influence d’Öcalan peuvent ne pas être aussi solides que les gens qui en sont arrivés à la même idée à travers leurs propres luttes et expériences. Évidemment la raison pour cela est que si Öcalan, qui est encore au sommet d’une organisation hiérarchique comme le PKK et qui a tout pouvoir, ordonne, pour une raison ou une autre, aux gens à l’intérieur du PKK ou du PYD de changer leur direction, nous sommes sûr-e-s que beaucoup d’entre eux et elles seront content-e-s de le faire. Si cela arrive, il y a une possibilité que ce groupe change ses principes et sa direction ? Nous pensons différemment en ce qui concerne particulièrement ces femmes de la guérilla qui sont devenues anarchistes à travers leurs propres expériences en tant que membres des groupes et comités dans les villages et les villes de la société ; nous croyons qu’elles sont plus stables et solides. Nous avons vu quelques interviews qu’elles ont donné et aussi vu quelques films qui montrent comment elles vivent et comment elles gèrent leur travail et leur vie quotidienne ensemble comme dans des communes. Tout cela nous donne plus d’espoir, même si encore une fois nous ne vivons pas avec elles, nous ne savons pas combien cela est vrai. Nous devons aussi dire que parmi leur parti-frère au Kurdistan iranien et irakien, nous ne voyons malheureusement pas ces changements de direction positifs. Ces gens ressemblent presque au PKK du début des années 90 du siècle dernier, ils et elles sont encore nationalistes et la plupart de leurs leaders sont très autoritaires. Nous pensons qu’ils et elles n’embrassent pas les idées et la pensée actuelles d’Öcalan, comme les coopératives, les communes dans les villes et les villages, l’auto-gouvernement du peuple, la démocratie directe, le système de fédéralisme et de confédération libre. Nous croyons que les politiques des partis au Kurdistan iranien et irakien sont très en contradiction avec la politique actuelle du PKK et du PYD, ils et elles insistent encore sur le changement politique plutôt que sur le changement social, ils et elles sont encore en compétition avec les autres partis bourgeois pour gagner de l’argent, du pouvoir et des positions.

Les expériences de beaucoup d’entre nous ont prouvé, ou au moins montré, qu’il est très très dur pour une idée et une direction libertaire/anarchiste de croître et de se développer à l’intérieur d’une organisation hiérarchique. Pas seulement cela, il est impossible pour de telles idées et directions de demeurer ou de rester et continuer dans une organisation nationaliste idéologique. Nous pouvons toujours séparer ou distinguer entre le mouvement social et le mouvement politique gauchiste qu’elles que soient les formes qu’ils prennent, parce que les gauchistes et les politicien-ne-s sont toujours autoritaires et corrompu-e-s. Nous pouvons voir en réalité que les gauchistes essayent toujours de dominer et contrôler les luttes et le mouvement des masses populaires et de les utiliser pour atteindre leurs propres buts politiques et en tirer un capital politique. Nous sommes les témoins de toutes les tentatives qui ont été faites par les gauchistes durant le soulèvement qui s’est produit au Kurdistan irakien en 1991 et jusqu’à aujourd’hui ils et elles ont essayé de changer la direction des mouvements de masse, les décevant, les trompant, se compromettant avec l’État et essayant de planter les graines de la naïveté parmi les gens pour qu’ils et elles croient aux partis politiques, au centralisme, à « l’État ouvrier », à l’État communiste », au « socialisme d’État ». Tout cela est la propagande qu’ils et elles ont produit depuis lors.

Malheureusement, pour autant, nous n’avons pas pu établir un lien ou une connection directs avec les personnes anarchistes dans le PKK ou le PYD. Nous avons essayé auparavant de le faire mais nous n’avons pas réussi, nous espérons faire cette connection dans un futur proche.

 

ALB: Et la dernière question, que pensez-vous du confédéralisme démocratique ? Est-il vrai que le PKK est en faveur de cela ou est-ce de la propagande en direction des pays occidentaux ? (S’ils et elles passent pour être semblables aux zapatistes, ils et elles peuvent être vu-e-s comme « cools » dans le milieu gauchiste).

En fait, répondre à cette question est difficile parce que premièrement le PKK contrôle une région qui est complètement différente de ce que les zapatistes contrôlent dans leur pays et également parce que le PKK est une force hiérarchique en tant que parti et en tant que force militaire. Nous ne pouvons être sûr-e-s des détails de leur vie quotidienne et de leurs actions tout comme nous n’avons pas de preuves pour dire si cela est vrai ou faux. Les seules choses dont nous pouvons parler c’est de la DSA, l’auto-administration démocratique du Kurdistan syrien et du Tev-Dem (Mouvement pour la Liberté Démocratique) car, il y a peu, un de nos camarades a fait une visite là-bas pendant deux semaines. Sûrement, il n’y a aucune comparaison entre là-bas et le GRK au Kurdistan irakien. En ce moment, il y a un partage du pouvoir entre tous les partis politiques au sein de la DSA alors il y a un bon équilibre. Le PYD, en tant que parti principal là dedans, tire avantage d’être dans une position très forte, parce que d’un coté le GRK ne peut utiliser son parti relais (Alparty) pour contrôler la DSA et la situation, et d’un autre coté l’organisation islamiste ne peut avoir aucune influence au Kurdistan syrien. Toutefois, tandis que le PYD est le parti principal et que lors des prochaines élections de la DSA, il gagnera sans aucun doute la majorité des forces là-bas, nous ne savons pas si le PYD contrôle la DSA ou si simplement il utilise une autre méthode pour équilibrer le partage du pouvoir. Cela nous inquiète évidemment et nous devons attendre et voir. Ce que nous pouvons dire, c’est que le PYD est également un parti hiérarchique et que les gens qui le dirigent sont autoritaires, et à cause de cela il y a une possibilité de changement dans les deux sens. Nous ne pouvons certainement pas comparer la DSA avec le GRK car le GRK est un excellent protecteur du marché libre du capitalisme. L’expérience de la DSA et du Tev-Dem est très attractive et porteuse d’espoir du fait du transfert de la position des femmes dans la société religieuse et patriarcale au Moyen-Orient, qui s’est améliorée et développée. Cela a créé le sentiment de la libération et la tendance à l’auto-libération parmi les femmes. La dignité, la personnalité, la confiance en soi et la liberté des femmes sont toutes revenues. Tout cela ne peut être atteint par une quelconque force ou parti. Cela a créé une atmosphère pour le mouvement anarchiste tandis que les femmes ont déjà un rôle majeur dans les communes et dans le reste des groupes locaux et des comités. Elles peuvent aux cotés des hommes les mener dans le futur vers une révolution sociale. Pendant ce temps, nous espérons que cette expérience est en train de poser un bon exemple pour les femmes au Kurdistan irakien, qui est actuellement sous les larges influences du libre marché du capitalisme, de la culture de consommation et des partis politiques, y compris les partis religieux, afin qu’elles quittent cette étape et s’engagent dans une révolution sociale.

Les femmes au Kurdistan syrien ne jouent pas seulement un grand rôle dans les zones et champs mentionnés ci-dessus, en fait la création des Unités de Défense des Femmes (YPJ) a changé la position des femmes, celles-ci cessant d’être de faibles créatures ayant seulement certains devoirs qui se trouvent à l’intérieur de la maison dans la société du Moyen-Orient. Cela a soulevé la question qu’elles ne pouvaient être dominée par les hommes, les clans et la religion. Elles peuvent changer la société et elles ont prouvé qu’aucun mouvement dans la société ne peut aller nulle part sans elles. Elles ont réaffirmé que le désir et le sentiment de se libérer de l’esclavage ou du statut de citoyenne de seconde classe dans une société patriarcale provient seulement de leur propre effort et de leurs propres luttes. Ceci étant dit, il y a longtemps, il n’y avait pas de force qui pouvait libérer un esclave à moins que cet-te esclave ait une propre conscience de libération et cela est devenu une revendication et un désir forts.

Finalement, nous vous remercions beaucoup et nous sommes reconnaissant-e-s de votre intérêt à propos d’autres anarchistes dans différentes parties du monde. Dans cet entretien, vous nous avez donné une bonne opportunité de parler brièvement à propos des sociétés d’Irak, du Kurdistan et du Moyen-Orient. Cette opportunité ouvre peut être une petite fenêtre pour celles et ceux qui parlent anglais ou qui peuvent le comprendre pour voir la situation qui a été expliquée ci-dessus de notre point de vue. Nous pensons qu’il n’y a pas beaucoup d’anarchistes dans le monde qui sont informé-e-s ou qui savent beaucoup à propos de la situation dans cette partie du monde. Cela peut les encourager à faire l’effort d’en connaître plus sur le Moyen-Orient et le mouvement anarchiste là-bas. Nous avons noté que les visions autocentrées des camarades européen-ne-s en général sont une des maladies dans le mouvement anarchiste après la seconde Guerre Mondiale parce que nous pensons que beaucoup des camarades anarchistes se concentrent normalement sur l’Europe, les USA et l’Amérique Latine et n’ont pas beaucoup d’intérêt pour le même mouvement ailleurs.

 

Liens vers le KAF :

www.anarchistan.tk
www.facebook.com/Kurdistan.anarchists.Forum
www.twitter.com/anarkistan
anarkistan@activist.com

Une réponse anarchiste-communiste à « Rojava : une perspective anarcho-syndicaliste »

Texte trouvé sur le site anarkismo.net, mis en ligne sur ce site le 1er novembre 2014 et traduit fin novembre 2014 par un membre du Collectif Anarchiste de Traduction et de Scannérisation de Caen (et d’ailleurs) : http://ablogm.com/cats/

C’est une réponse au texte « Rojava : an anarcho-syndicalist perspective ». Il s’inscrit dans la lignée d’une première réponse à cet article faite par un camarade anarchiste turc. Le texte « Rojava : an anarcho-syndicalist perspective » et cette première réponse d’un camarade de Devrimci Anarşist Faaliyet ont également été traduits en français et sont disponibles ici : http://sous-la-cendre.info/2740/revolution-au-kurdistan-syrien-2-textes-sur-un-debat-toujours-en-cours

Toutes ces traductions sont librement diffusables et nous espérons qu’elles alimenteront l’inévitable, nécessaire et légitime débat en cours sur le soutien, ou non, aux luttes de libération nationale en général et sur le soutien à la révolution au Kurdistan syrien en particulier.

Une réponse anarchiste-communiste à « Rojava : une perspective anarcho-syndicaliste ».

Ce texte est une réponse à l’article « Rojava : une perspective anarcho-syndicaliste » écrit par « K.B. » et qui a été récemment publié sur le site web « Ideas and Action » de la Workers Solidarity Alliance (WSA, Alliance de Solidarité des Travailleurs) basée en Amérique du Nord. Dans l’article il y a une attaque contre la révolution du Rojava (le Kurdistan syrien) au Moyen-Orient, un évènement dans lequel le Parti des Travailleurs du Kurdistan (PKK en Kurde) a joué un rôle clé. Cette réponse n’est pas publiée de mauvaise foi ou avec de mauvaises intentions envers la personne qui a écrit l’article ou envers son organisation mais, bien plutôt, afin de clarifier et de partager notre pensée concernant la question du soutien anarchiste à la fois aux mouvements de libération nationale et à ce qui, pour nous, est une lutte très importante et inspirante qui se déroule au Moyen-Orient. L’objectif est d’avoir un débat franc et amical qui nous emmène tous et toutes de l’avant.

LE CONTEXTE POUR UN SOUTIEN CRITIQUE.

Le PKK et ses projets ont attiré l’attention pas seulement sur la révolution du Rojava – où une part substantielle du programme du PKK est en train d’être appliqué. Le PKK a également attiré l’attention mondiale avec sa bataille héroïque contre les forces meurtrières et ultra-droitière de « l’État Islamique » (État Islamique en Irak et au Levant, EIIL), particulièrement dans des combats en Syrie.

Le PKK se dressait originellement pour un État marxiste indépendant pour le peuple kurde qui devait être créé par des moyens comme la lutte armée. Au cours des 10 dernières années, toutefois, le PKK a significativement changé ce projet, en adoptant les éléments centraux du « confédéralisme démocratique » – une approche dérivée de la pensée tardive de l’écrivain Murray Bookchin, influencé par l’anarchisme. En 2005, le leader emprisonné du PKK, Abdullah Öcalan, disait :

« Le confédéralisme démocratique du Kurdistan n’est pas un système Étatique, c’est un système démocratique d’un peuple sans État… Il tire son pouvoir du peuple et adopte des mesures pour atteindre l’autosuffisance dans tous les champs y compris l’économie[1].

La question des relations des anarchistes et des syndicalistes envers des mouvements comme le PKK –mouvements qui ne sont pas explicitement, ou même complètement anarchiste – est matière à controverse. Une partie substantielle du mouvement anarchiste, particulièrement le vaste réseau plateformiste et spécifiste autour d’Anarkismo.net, a soutenu le PKK, bien que de manière critique.

LOGIQUE DE SOUTIEN

En résumé de notre orientation générale, nous soutenons les luttes contre l’oppression en principe et cela inclut des luttes contre l’oppression nationale et raciale.

Concrètement, cela signifie se placer aux cotés des gens en lutte contre l’oppression et défendre leur droit à choisir des approches avec lesquelles nous pouvons ne pas être en accord. Dans le cas des luttes de libération nationale, cela signifie que nous défendons le droit des peuples colonisés à résister et à vaincre la répression impérialiste des projets de libération par le moyen de formes politico-économiques, tels que des États démocratiques libéraux ou socialistes indépendants, qui nous le voyons échoueront finalement à émanciper les prolétaires et les paysans. C’est une question de principes : s’opposer à l’oppression et se placer aux cotés des opprimé-e-s. Par conséquent, nous ne prenons pas une position « puriste » qui semble être neutre mais qui, en pratique, met les oppreseurs-euses et les oppimé-e-s sur le même plan néfaste.

Cela ne doit pas, cependant, être mal compris et signifier un chèque en blanc pour toute position ou action ou courant engagé dans de tels luttes ; nous n’acceptons pas la position qui refuse de faire toute critique ou de prendre toute position indépendante, sur la base que seul-e-s les « opprimé-e-s » peuvent décider, ou sur le fait que la « solidarité » implique le silence. Évidemment seul-e-s les opprimé-e-s peuvent décider mais ils et elles ne sont pas homogènes politiquement ou socialement et toutes les luttes sont contestées de manière interne et imparfaites. La solidarité est une affaire d’assistance teintée de camaraderie, elle n’a pas pour objet de fermer le dialogue ou d’excuser des erreurs.

En termes concrets, nous ne soutenons pas tout courant organisé dans les luttes contre l’oppression. Plus un courant organisé est proche de nos positions, plus nous le soutenons et montrons de la solidarité ; et en même temps, il y a certaines positions politiques qui sont simplement inacceptables. En termes de stratégie et de tactiques, il y a une échelle mobile et cela signifie que nous donnons, en pratique, la priorité à des relations avec certains groupes par rapport à d’autres et que nous n’établissons délibérément pas de relations du tout avec d’autres.

De plus, tandis que nous montrons de la solidarité, et que nous fournissons une aide concrète, nous ne « liquidons » pas notre politique ou notre programme, en devenant des supporters-rices inconditionnel-le-s ou des organisations de donateurs-rices. Notre objectif est simplement de s’aligner aux cotés des luttes contre l’oppression, avec également le but d’influencer ces luttes. Seul l’anarcho-communisme offre les conditions pour une reconstruction des sociétés humaines qui rendra possible une résolution complète des nombreux maux sociaux, y compris de nombreux types d’oppression.

Par conséquent, dans notre solidarité, nous nous engageons en politique en tant que force indépendante qui cherche une certaine influence. L’engagement est une question de stratégie, ses formes précises dépendent du contexte et sont, par conséquent, des questions de tactiques. Mais centralement, dans notre engagement, nous conservons notre indépendance politique et critique, et nous n’abandonnons pas nos principes (stratégie et tactiques). Concrètement, il y a des questions pratiques autour desquelles nous pouvons coopérer directement avec des courants organisés spécifiques et offrir notre solidarité (même si c’est seulement au niveau de l’élévation de la conscience), ensuite il y a de nombreuses luttes au sein des luttes des opprimé-e-s, dans lesquelles nous pouvons prendre parti ; mais nous avons à tout moment pour objectif de proposer, et de faire gagner en influence, nos méthodes, nos buts et projets.

Nous résumerons les applications concrètes de cette approche au cas du Rojava dans la conclusion mais, pour l’instant, brièvement : dans le combat contre l’État Islamique et contre l’oppression nationale des kurdes, le réseau Anarkismo.net s’aligne avec les combattant-e-s contre ces forces. Deuxièmement, le rapprochement partiel du PKK avec l’anarchisme donne une base additionnelle pour le soutien : avec toutes ses limitations, le projet du PKK est un de ceux qui, à certains égards, s’aligne avec les idéaux anarchistes. Il est loin de la constitution d’un régime autoritaire de haut en bas à la manière, par exemple, de l’Armée Rouge de Mao. À ce propos, le soutien critique envers le PKK est similaire au soutien critique que de nombreux-ses anarchistes ont envers les zapatistes (EZLN) au Mexique. La question n’est pas de savoir si le PKK est à 100% anarchiste – il ne l’est certainement pas – mais plutôt si le PKK combat du bon coté et, deuxièmement, s’il y a des éléments du programme du PKK que les anarchistes peuvent soutenir volontiers.

En bref, cette approche envers le soutien et la solidarité – et même les alliances – ne procède pas depuis la position que les anarchistes peuvent seulement et jamais s’engager qu’avec des forces qui sont purement et sans ambiguïtés anarchistes. Bien plutôt, la logique est que les anarchistes se dressent avec les opprimé-e-s contre les oppresseurs-euses – sans renoncer à leurs différences avec d’autres courants. Et la logique est également que les anarchistes devraient s’engager avec des mouvements qui sont, si ce n’est complètement anarchistes, au moins de certaines manières plus proches de nos objectifs.

La politique est une situation confuse, basée sur le débat, le conflit et le compromis. Ce n’est la question d’attendre des mouvements parfaits ou des moments parfaits mais celle d’essayer de naviguer – encore une fois sans liquider notre politique – dans une réalité plus compliquée, marquée par des gains partiels et des luttes confuses.

L’ARGUMENT RÉPUDIANT LE SOUTIEN

Par contraste, l’article dans « Ideas and Action » prend une autre posture. Il décrit le PKK sous la pire lumière possible, comme « autoritaire », « patriarcal » et « ethno-nationaliste » et va jusqu’à soulever de sérieuses accusations contre Öcalan. Les conclusions politiques dessinées par l’auteur « K.B. » sont claires : les anarchistes devraient se distancier de la révolution du Rojava et du PKK.

Ainsi, c’est en partie un jugement selon lequel le PKK et son projet ne sont ni contre l’oppression ni en aucune manière compatibles avec les buts anarchistes. Mais il tend à suivre une plus vaste ligne de raisonnement dans un secteur du mouvement anarchiste qui congédie de manière routinière tout ce qui n’est pas purement anarchiste et qui, en pratique, se confine lui-même dans l’engagement avec d’autres anarchistes. Si cette approche est correcte dans le fait de souligner les dangers d’un soutien non critique à des mouvements non anarchistes, elle répond d’une manière telle qu’elle se coupe elle-même de la possibilité de s’engager dans un quelconque mouvement et de prendre la moindre position réellement concrète sur les luttes les plus immédiates – en faveur de slogans généraux et d’appels qui n’ont pas beaucoup d’application concrète.

L’USAGE DE LA PREUVE

De manière regrettable, beaucoup des affirmations faites par « K.B. » ne dérivent pas d’un engagement équilibré envers les preuves. Tandis que l’auteur est extrêmement sceptique sur les déclarations du PKK, il ou elle est beaucoup plus crédule quand les témoignages dépeignent le PKK sous une pauvre lumière. L’exemple le plus notable est l’assertion qu’Öcalan est un « violeur ». Un examen plus poussé des sources utilisées révèle seulement des liens vers un site web ultranationaliste turc hostile au PKK – et un livre attaquant Öcalan. Même si l’auteur de ce livre ne fournit aucune preuve à part ce qu’il admet être des « rumeurs » sans confirmation.

C’est honnêtement une manière malheureuse d’argumenter – en parcourant internet à la recherche d’affirmations infondées et diffamatoires provenant de sources douteuses et en les acceptant de manière non critique. Sur d’autres points, également, le rédacteur ou la rédactrice « K.B. » fait des déclarations qui n’ont pas de bases factuelles. Le PKK et ses structures alliées sont strictement présentés comme « ethno-différentialistes ». Le nationalisme est une idéologie tendant vers une unité multiclassiste et une société de classe : dans ces phases marxistes et maintenant confédéralistes démocratiques, le PKK ne rentra jamais vraiment dans ce moule.

Si le terme « ethno-nationaliste » est utilisé pour signifier que le PKK est strictement, exclusivement, kurde, cela ne collera pas non plus avec ce qui est en train de prendre place au Rojava. Le Rojava n’est pas seulement une question de libération des kurdes : « K.B. » cite même une déclaration du Forum des Anarchistes Kurdes (KAF en anglais), dans l’article lui-même, qui montre clairement que le Mouvement de la Société Démocratique (Tev-Dem en kurde) au Rojava comporte l’implication de nombreuses personnes « avec des arrière-plans différents, y compris des kurdes, des arabes, des musulmans, des chrétiens, des assyriens et des yézidis »[2].

Ainsi, ce n’est en aucune manière le PKK étroit, et même xénophobe, que « K.B. » souhaite exposer –mais qu’en fait il présente sous un faux jour. Au contraire, cependant, Öcalan et d’autres militant-e-s du PKK[3] présentent le confédéralisme démocratique comme une part de la libération de tous les peuples du Moyen-Orient – et pas seulement les kurdes – et en sont venu-e-s à rejeter fortement le nationalisme lui-même.

METTANT DE COTÉ CERTAINS FAITS

L’auteur « K.B. » souhaite également présenter le PKK d’une manière ou d’une autre comme un mouvement « patriarcal » (c’est-à-dire dominé par les hommes). La preuve principale qui est donnée est le rôle prédominant des hommes dans les positions de direction. Mais il y a plus important dans la position d’un mouvement sur la libération des femmes qu’un décompte des têtes. Malgré le fait d’opérer dans un contexte dans lequel la subordination des femmes est activement promue par de nombreuses forces – et pas seulement par l’État Islamique – le PKK a néanmoins activement promu l’égalité pour les femmes dans ses forces armées, ses structures et son idéologie. Invoquer que la revendication pour la libération des femmes doive être portée par une sorte de mouvement des femmes « autonome » est abstrait, car un tel mouvement n’existe pas, et c’est aussi trompeur dans la mesure où la seule force qui est en train de combattre pour la libération des femmes au Rojava, c’est le PKK.

Le PKK fit œuvre de pionnier pour la libération des femmes au Kurdistan et c’est un fait que ces zones où le PKK n’a pas une présence majeure sont très patriarcales, tandis que celles où le PKK a une présence ne le sont pas. Il n’y a pas de coïncidence. C’est parce que le PKK voit la domination des femmes comme étroitement liée à d’autres formes d’exploitation et d’oppression et croit que la lutte contre l’oppression des femmes doit, par conséquent, être au cœur de toute lutte progressiste – dans ce cas pour la libération des kurdes et, finalement, des classes populaires du Moyen-Orient.

« K.B. » souligne ensuite que le PKK était à l’origine marxiste-léniniste, ou au moins influencé par cette approche dans les années 1970 et 1980. Cela peut effectivement être le cas, mais une question qui doit être posée c’est si c’est encore actuellement le cas. Les zapatistes venaient également d’une approche maoïste ; Michel Bakounine lui-même était à l’origine un nationaliste slave. Le passé n’est pas toujours un bon guide pour le présent, spécialement quand d’autres           aspects du passé sont ignorés.

Les gens et les organisations changent politiquement et ce n’est pas ce qu’ils et elles étaient qui est pertinent : c’est ce qu’ils et elles disent et font maintenant qui compte. Le PKK a également changé de nombreuses manières, cela aussi fait partie de son passé. Le PKK a critiqué son passé, essayant de changer sa politique et, dans ces critiques[4] ils sont parfois brutalement honnêtes à propos de leurs propres défauts passés. Cela est très prometteur et montre une maturité politique.

Combien de mouvements – y compris les anarchistes – réfléchissent honnêtement sur ce qui ne va pas ou n’allait pas avec eux et utilisent cela pour s’améliorer ? Ainsi, alors que le PKK n’était pas parfait, et ne l’est toujours pas, ils et elles ont réfléchi et changé – cela n’amène rien de montrer qu’ils et elles étaient marxistes-léninistes il y a trente ans, comme si rien n’avait changé.

DIFFÉRENCES DE MÉTHODES ENTRE LES DEUX LIGNES

C’est en invoquant une revendication en faveur d’un mouvement des femmes, nouveau et autonome, au Rojava que « K.B. » révèle une partie importante de sa méthodologie. Les situations ne sont pas approchées telles qu’elles sont par le ou la militant-e, elles sont approchées comme le ou la militant-e aimerait qu’elles soient, ce qui signifie habituellement un schéma complètement abstrait de revendications et de programmes. Ainsi, sans égard pour les résultats de l’actuel PKK, sans égard pour le contexte, sans égard même pour ce que les femmes font dans le PKK et au Rojava, il y a une réponse déjà prête : former un mouvement de type X. Cela ne colle pas avec les réalités complexes, et cela rend très difficile le fait d’accrocher cette réalité, quand toutes les réponses existent avant que tout accrochage n’ait lieu.

À un autre niveau, la méthodologie se révèle également elle-même : si quelque chose n’est pas purement anarchiste, c’est considéré au-delà du soutien. Le problème est que les plus grands mouvements aujourd’hui ne sont pas anarchistes, ou purement anarchistes. Dire que les anarchistes ne peuvent jamais travailler avec d’autres courants – nationalistes, marxistes-léninistes, progressistes etc. – signifie simplement que les anarchistes ne s’engageront avec personne, à part d’autres anarchistes.

Mais comme la plupart des gens ne sont pas – que nous le voulions ou non – anarchistes, cela signifie que les anarchistes s’isoleront eux-mêmes et qu’ils et elles le feront avec fierté. Cela ne résout pas, mais au contraire aggrave, l’isolement des anarchistes. Cela coupe les audiences et une potentielle influence anarchiste.

ALIGNEMENTS DANS DES BATAILLES CONCRÈTES

Un troisième problème est celui de prendre parti dans des batailles clés. Toutes les batailles ne requièrent pas que les anarchistes prennent parti, mais certaines oui.

Quelles que soient les limitations des forces qui menèrent la lutte anti-apartheid, par exemple, elles étaient progressistes comparées au régime de l’apartheid ; c’étaient des mouvements qui se battaient contre un système oppressif monstrueux et qui, malgré toutes leurs limites, étaient en ce sens infiniment préférables à ce système. Dans de tels combats, les anarchistes ne peuvent sûrement pas rester neutres, comme s’il n’y avait pas de différences du tout entre les forces d’opposition populaires, comme les syndicats et les mouvements issus des communautés, et le régime d’apartheid. Avoir suggéré autre chose aurait trahi un sérieux manque de perspective.

De même, considérerons la situation du PKK et de ses structures alliées : depuis le début, dans toutes ses incarnations, le PKK a combattu contre la sévère oppression nationale des kurdes en Irak, Iran, Syrie et Turquie. Les kurdes des classes populaires sont opprimé-e-s en tant que travailleurs-euses et paysan-ne-s, mais en tant que kurdes ils et elles font face à une oppression additionnelle. Le combat contre cette oppression est progressiste et est sûrement un combat important que tout-e anarchiste peut soutenir.

Cela ne signifie pas la possibilité d’encaisser des chèques en blanc pour le PKK ; cela signifie simplement que même si le PKK etc. était ethno-nationaliste, mais combattait pour la fin de l’oppression nationale, les anarchistes devraient et pourraient encore soutenir ce combat – de manière critique, bien sûr – simplement parce que les kurdes sont opprimé-e-s en tant que peuple et que les anarchistes s’opposent à toutes les formes d’oppression. Dans la mesure où le PKK est devenu plus proche de l’anarchisme, le terrain pour un soutien critique de ce dernier est plus étendu.

En fait, alors que nous ne pensons pas que les anarchistes doivent poser des conditions pour leur soutien à des luttes populaires pour la libération nationale, il faut également noter que le PKK a, en plus de son rejet du nationalisme, également rejeté l’État – en déclarant clairement que « l’État-nation ne peut jamais être une solution »[5] – et voit la libération des femmes comme étant irrévocablement liée à l’abolition de l’État.

Ces dimensions disparaissent complètement dans l’article de « K.B. » : le PKK émerge comme aussi scélérat et sinistre que n’importe quel autre régime ; c’est presque comme si l’« ethno-nationalisme » kurde est une invention, plutôt qu’une réponse – aussi problématique soit-elle – à l’oppression kurde. Et pour emmener les choses plus loin, l’auteur découvre ensuite dans le PKK seulement des défauts et rien qui soit digne de soutien.

SOUTIEN CRITIQUE (NON AVEUGLE)

Rien de cela ne signifie soutenir aveuglément le PKK. Nous ne sommes pas d’accord avec le purisme de l’article de « K.B. » mais nous n’allons pas à l’autre extrême, en liquidant notre politique. Nous sommes d’accord que les anarchistes ne devraient pas liquider notre politique derrière toute force non anarchiste – en devenant des meneurs-euses de ban et des soutiens aveugles, ou en taisant nos critiques ou en mettant la clé sous la porte de nos activités indépendantes. Toutefois, alors que « K.B. » cherche à faire cela en isolant les anarchistes des autres forces, nous cherchons à faire cela en s’engageant, en tant que courant indépendant, avec d’autres forces.

Cela signifie clarifier nos propres points de vue, pousser en avant notre propre projet et rechercher notre propre influence. Une telle influence ne peut provenir d’un isolement puriste, elle ne peut pas venir non plus d’un soutien inconditionnel liquidationniste. Cela entraîne un engagement critique : nous sommes avec le PKK et la révolution du Rojava contre les forces de l’État Islamique, de la Turquie et de l’impérialisme occidental, mais nous ne sommes pas non plus un auxiliaire du PKK.

Par conséquent, malgré nos désaccords avec la position de « K.B. », nous sommes en fait d’accord sur le fait qu’il y a des points qu’il ou elle soulève qui valent vraiment la peine d’être évoqués.

« K.B. » note qu’il y a des structures et des projets parallèles – et potentiellement rivaux – au Rojava et une contestation autour de celles et ceux-ci. D’après certains comptes-rendus – y compris un document qui forme basiquement la Constitution du Rojava[6] – il y a deux types de systèmes/structures en place basés sur ce qui semble être des idées divergentes qui courent concurremment. Une structure est un type de parlement représentatif avec quelque chose qui s’apparente à un cabinet ; l’autre étant une sorte de confédéralisme démocratique basé sur des assemblées, des conseils et des communes. Là apparaît également une possibilité de tension se levant entre ces deux types de systèmes allant aussi de l’avant, si le Rojava survit.

Ainsi il y a une faction dans la politique du Rojava, y compris dans la direction du Parti de l’Union Démocratique (PYD en kurde, le parti-frère du PKK en Syrie), qui veut ce qui équivaut à une structure d’État – plutôt que la vision plus radicale du PKK. En pratique ils et elles sont en train de mettre en œuvre une démocratie représentative basée sur un parlement, avec les droits humains de base, où un exécutif aura beaucoup de pouvoir, mais tactiquement ils et elles ne peuvent pas l’appeler un État car il apparaît que l’idée du confédéralisme démocratique est largement partagé en tant qu’idéal parmi de nombreux-ses kurdes.

Mais il est encore possible que le Rojava devienne un système basé sur le confédéralisme démocratique parce que les assemblées, les conseils et les communes existent (et parce que clairement il y a également des gens qui veulent cela). Donc il ne nous semble pas que nous devrions fermer nos yeux sur le fait que de telles tensions et des résultats possiblement conflictuels existent et existeront en tant que tels au sein de toute révolution. Qui gagnera la haute main si le Rojava survit est cependant une question ouverte et dépend de quelles forces prennent la main au cours du processus, si elles ne sont pas balayées par l’État Islamique ou les peshmergas (les unités armées du Gouvernement Régional du Kurdistan irakien).

CONCLUSION

Le meilleur résultat dans le monde serait une révolution anarchiste globale. Mais les puissantes forces requises n’existent pas actuellement ; et elles n’en viendront pas à exister si les anarchistes persistent à vouloir garder leurs mains trop propres, en échouant à s’engager dans les moments et mouvements réels du monde.

De manière plus réaliste, le meilleur résultat dans le monde réel du Rojava serait la victoire du confédéralisme démocratique, ouvrant des espaces pour des changements plus profonds et inspirant les rebelles ailleurs. Le second serait un État dirigé par le PYD, et le troisième meilleur serait une victoire du Gouvernement Régional du Kurdistan (KRG) qui est à la droite à la fois du PKK et du PYD. Le KRG est un État avec tous ses attributs (bien que non reconnu internationalement) et qui est corrompu et ouvertement autoritaire. À la pire extrémité du spectre il y aurait la victoire du dictateur syrien, Assad, et le pire résultat serait la victoire de l’État Islamique.

Il n’y a pas de réel challenger anarchiste dans cette bataille, et pas de perspectives pour un pôle d’attraction anarchiste tant que les anarchistes ne s’engagent pas avec des forces comme le PKK. Les anarchistes kurdes et turcs-ques se sont impliqué-e-s et, d’une manière plus modeste, des groupes liés au réseau Anarkismo.net l’ont fait aussi.

L’article de « K.B. » souffre du fait qu’il est écrit dans une sorte de vide. Il est écrit comme si une sorte d’anarchisme pur est la seule chose qui peut être soutenue ce qui – en prenant en considération le fait que toute société anarchiste est dans le meilleur des cas une perspective très distante et qu’elle devra être forgée et façonnée dans la réalité de la lutte et quelle peut différer de certaines manières par rapport à la vision idéale – est une vue séparée de la réalité. Ainsi l’article est écrit en étant basé sur ce qui existe dans la tête de l’auteur et non sur ce qui est en train d’arriver dans la réalité – qui est ce avec quoi nous devons nous confronter en tant qu’anarchistes et révolutionnaires sociaux si nous voulons que nous et nos idées suscitions le moindre intérêt dans les luttes populaires progressistes.

Dans les circonstances actuelles où l’État Islamique essaye d’envahir Kobanê, même si le confédéralisme démocratique est vaincu au Rojava de manière interne par des éléments du PYD et leur mise en œuvre d’un État, cet État (d’après ce que nous avons lu sur le PYD) sera meilleur que les autres options qui sont de réelles possibilités, étant soit l’État Islamique, soit Assad ou le KRG.

Si elle était appliquée, par exemple, à l’Afrique du Sud et à l’apartheid, la position sur le Rojava présenté par l’article de « K.B. » reviendrait à dire quelque chose comme « Nous ne soutenons pas l’UDF, le FOSATU, le COSATU[7] et définitivement pas l’ANC parce qu’ils ne sont pas anarchistes » et cela aurait revenu à dire « Qui s’en fout vraiment si l’État d’apartheid gagne parce qu’il n’y a pas de lutte pour l’anarchisme ».

La position présentée dans l’article est ainsi pleine de défauts et séparée de la réalité. Bien que cela puisse paraître radical sur le papier, sa faiblesse est qu’elle présuppose l’existence d’un sujet parfaitement libertaire et révolutionnaire et qu’elle conditionne tout soutien aux mouvements populaires sur cette non entité au lieu de reconnaître que la classe ouvrière actuellement existante – et ses mouvements – est pleine de contradictions et que les anarchistes ont besoin de la rencontrer où qu’elle soit si nos idées et pratiques doivent avoir le moindre intérêt.

La lutte pour la libération nationale des kurdes devrait être soutenue comme une question de principe car ils et elles sont un peuple opprimé et, même s’ils et elles n’accomplissent pas le confédéralisme démocratique, un État dirigé par le PYD serait encore un certain gain (comme 1994 le fut en Afrique du Sud[8]) parce que les autres résultats possibles sont horribles.

Naturellement, la lutte pour la libération kurde, si elle n’est pas accompagnée par une reconstruction massive de l’économie et de la vie sociale sur la base de l’autogestion des travailleurs et du contrôle communautaire, mènera à une situation de libération nationale et de genre incomplètes pour les masses kurdes si les inégalités économiques et sociales ne sont pas résolues en même temps que celles du pouvoir politique.

Une telle solution strictement politique (c’est-à-dire si les modèles parlementaires triomphaient sur le confédéralisme démocratique) pourrait donner naissance à une nouvelle élite kurde. Quelque chose qui peut être comparé à la transition démocratique qui s’est produite en Afrique du Sud en 1994 et, bien que pas idéal, cela constituerait une avancée massive pour la classe ouvrière kurde – juste comme cela a été pour la classe ouvrière sud-africaine.

Nous sommes d’accord avec « K.B » sur le fait que c’est précisément dans l’auto-activité des masses à la base et dans celle des femmes du PKK et de ses structures alliées que résident les aspects les plus prometteurs de la lutte en direction d’une libération complète. Toutefois, ce serait une erreur de rejeter ou de refuser un soutien à des organisations comme le PKK sur la base qu’elles sont imparfaites. Bien sûr qu’elles le sont. Ce n’est pas la question. La question est si les anarchistes s’alignent aux cotés – et essayent d’influencer – les mouvements et luttes dans l’actuel monde réel, comme une question de principe (parce que ces luttes sont justes), comme une question de politique pratique (parce que sans engagement, les anarchistes resteront isolé-e-s) et comme une question d’analyse (qui s’accroche aux situations, plutôt que de les marteler pour les faire entrer dans des schémas pré-établis).

C’est là que réside finalement la différence profonde entre les deux lignes – la nôtre et celle de « K.B. ». Nous rejetons les notions qui insistent sur le fait que les anarchistes ne doivent jamais soutenir des luttes de libération nationale – ou alors seulement sous certaines conditions – tandis que nous rendons également clair le fait que nous rejetons simultanément le nationalisme. Ce qui est nécessaire, par conséquent, pour assurer la pleine libération nationale et de classe des masses kurdes et pour se garder de l’ascension d’une élite kurde oppressive, qui s’opposerait à la pleine libération de la classe ouvrière kurde sous le déguisement d’étroits intérêts nationalistes, c’est une lutte centrée sur la classe ouvrière kurde – sur un programme de la classe ouvrière – contre l’oppression nationale, le capitalisme, l’État et l’oppression des femmes, simultanément. Le programme de confédéralisme démocratique du PKK, pour nous, représente des pas en avant vers un tel programme. Cela n’est pas suffisant mais c’est un début sur lequel nous pouvons nous engager.

En résumé, en appliquant notre approche générale, nous pouvons dire de la bataille pour le Rojava : nous soutenons la lutte pour la libération nationale des kurdes, y compris le droit d’exister pour le mouvement de libération nationale ; deuxièmement nous nous opposons à la répression et aux menaces mises en œuvre par des forces allant de l’État Islamique, à l’Irak, la Syrie, la Turquie et leurs alliés orientaux ; notre soutien va, sur une échelle mobile, vers les anarchistes et syndicalistes kurdes en haut, suivis par le PKK, ensuite le PYD et nous traçons une ligne face au KRG ; en termes pratiques, nous nous offrons une solidarité (même si elle est juste verbale) et coopérons autour d’une série de questions concrètes, la plus immédiate étant la bataille pour arrêter l’État Islamique d’extrême droite et défendre la révolution du Rojava ; au sein de cette révolution nous nous alignons au coté du modèle de confédéralisme démocratique du PKK contre l’approche plus étatique des modèles du PYD, et même lorsque nous faisons cela, avec en tout temps l’objectif de proposer nos méthodes, buts et projets et de les faire gagner en influence : nous sommes avec le PKK contre le KRG, mais nous sommes pour la révolution anarchiste avant tout.

[1] http://www.freemedialibrary.com/index.php/Declaration_of_Democratic_Confederalism_in_Kurdistan

[2] http://www.anarkismo.net/article/27301

[3] https://www.youtube.com/watch?v=pRsw5s28jxY

[4] http://www.pkkonline.com/en/index.php?sys=article&artID=204

[5] http://www.pkkonline.com/en/index.php?sys=articles Voir spécialement les articles sur “Democratic Modernity: Era of Woman’s Revolution”; “Killing the dominant male”; “Capitalism and Women”; “Women’s situation in the Kurdish society”; “The Nation-State Can Never Be a Solution”; “Briefly On Socialism”; ‘The Kurdistan Woman’s Liberation Movement’; and of course “Democratic Confereralism” .

[6] http://civiroglu.net/the-constitution-of-the-rojava-cantons/

[7] L’United Democratic Front était une organisation politique anti-apartheid crée en 1983 et issue de l’alliance d’environ 400 groupes et associations civiques, d’étudiant-e-s, de travailleurs-euses. La FOSATU était une organisation syndicale non-raciale et démocratique créée en 1979 et elle fusionna avec d’autres syndicats en 1985 pour créer le COSATU qui reste aujourd’hui la principale confédération syndicale d’Afrique du Sud et qui a participé activement à la lutte contre l’apartheid. Note Du Traducteur.

[8] C’est en 1994 qu’on lieu les premières élections inter-raciales en Afrique du Sud àprès la chute du régime d’Apartheid. NDT.

Rojava : 2 textes sur un débat toujours en cours.

Rojava : 2 textes sur un débat toujours en cours.

 

Voici deux textes traduits de l’anglais sur la situation au Rojava, le Kurdistan autonome syrien, et sur l’attitude que les anarchistes devraient avoir envers le mouvement populaire (pas uniquement kurde d’ailleurs) dans cette région.

Ces deux textes sont symptomatiques du débat parfois agité qui traverse le mouvement anarchiste sur la question de la révolution en cours au Rojava, et plus globalement sur les luttes de libération nationale.

Ils sont révélateurs des méfiances, des réticences, des distances récurrentes (et parfois des renoncements honteux) ou, au contraire, des rapprochements, des solidarités, des espoirs non moins récurrents (et parfois des vaines illusions) que ce type de lutte en général et cette révolution en particulier peut susciter dans nos milieux.

Nous laissons aux lecteurs et lectrices le soin de se faire leur propre opinion comme nous nous sommes faits la nôtre… pour orienter notre action.

Ces deux textes ont été traduits à la mi-novembre 2014 par un membre du Collectif Anarchiste de Traduction et de Scannérisation de Caen (et d’ailleurs) : http://ablogm.com/cats/

Ces traductions sont librement diffusables.

 

Rojava : Une perspective anarcho-syndicaliste.

 

Une perspective anarcho-syndicaliste sur la situation politique au Rojava par un membre de la Workers’ Solidarity Alliance, un groupe anarcho-syndicaliste des USA. Publié sur le site anarchiste anglais « Libcom » le 3 novembre 2014 sous le titre « Rojava : an anarcho-syndicalist perspective » et visible ici en anglais : http://libcom.org/blog/rojava-anarcho-syndicalist-perspective-18102014

 

« Le principal problème de la lutte de libération nationale pour la forme d’organisation anarcho-syndicaliste anti-étatique est qu’elle est de manière inhérente étatique. Défendant une forme d’État plus locale, le mouvement de libération nationale s’incline devant l’idée que l’État est une institution désirable – pas seulement dans sa forme courante. En tant que tel il a l’imperfection fondamentale, s’il rencontre le succès, de générer un nouvel État – qui peut être ou pas « pire » que l’oppresseur actuel, mais qui sera néanmoins une mécanisme oppressif ».

Solidarity Federation

« Les anarchistes refusent de participer aux fronts de libération nationale ; ils participent à des fronts de classe qui peuvent être ou pas impliqués dans des luttes de libération nationale. La lutte doit se répandre pour établir des structures sociales, politiques et économiques dans les territoires libérés, basées sur des organisations libertaires et fédéralistes ».

Alfredo Maria Bonanno

Au moment où nous publions nous parviennent des informations selon lesquelles l’État Islamique (EIIL) a été presque complètement repoussé en dehors de la ville de Kobanê, le quartier général du Parti de l’Union Démocratique (PYD en kurde), le parti syrien affilié à l’Union des Communautés du Kurdistan (KCK en kurde), leur co-président Saleh Muslim appelant ces développements la libération de Kobanê.[1] Heureusement car de tels progrès dans la région favorisent le fait que les anarcho-syndicalistes et les partisans de la révolution sociale de toutes tendances puissent commencer à discuter objectivement la situation au Kurdistan Occidental sans le réflexe émotionnel envers une population assiégée, faisant face à un désastre humanitaire.

Les anarcho-syndicalistes ne devraient pas avoir d’illusions à propos de la Révolution du Rojava. Depuis le tournant du millénaire il y a eu des informations sur un tournant municipaliste libertaire dans la lutte de libération nationale kurde inspiré par Murray Bookchin. Ce changement politique a été mené par le fondateur emprisonné et le leader idéologique du Parti des Travailleurs du Kurdistan (PKK en kurde), Abdullah Öcalan, qui découvrit Bookchin alors qu’il était en prison. Le PKK, une ancienne organisation maoïste/stalinienne, s’est tourné vers le nationalisme ethnique après la chute de l’Union Soviétique et le discrédit du « socialisme réellement existant » et ainsi un tel tournant a été favorablement accueilli par beaucoup au sein de la gauche révolutionnaire. Cependant de tels processus de transformation politique ne se traduisent pas automatiquement pas une pleine adhésion au sein d’une population quelque soit sa représentation officielle dans des partis dirigeants.

Après le début du soulèvement de masse syrien, et de la guerre civile qui en résulta, un vide du pouvoir fut créé où les forces d’Assad, chef tyrannique de l’État en Syrie, laissèrent le Kurdistan Occidental, connu sous le nom de Rojava, aux kurdes. Au début l’Armée Syrienne Libre (ASL), une force d’opposition soi-disant modérée liée à l’impérialisme occidental, attaqua les forces kurdes mais fut bientôt repoussée. Dans cette situation ouverte, le PYD et ses milices armées des Unités de Défense du Peuple (YPG en kurde) et des Unités de Défense des Femmes (YPJ) décida de mettre en œuvre sur le terrain son programme, depuis déjà longtemps mûri, d’autonomie démocratique et de confédéralisme démocratique.

Comme rapporté par le Forum Anarchiste Kurde (KAF en anglais), un groupe d’anarchistes kurdes pacifistes en exil, alors que le Printemps Arabe saisissait la Syrie, il y avait le développement d’un mouvement basiste de démocratie directe, créé par les travailleurs et le peuple au Rojava et appelé le Mouvement de la Société Démocratique (Tev-Dem en kurde). Ce fut ce mouvement qui poussa pour la mise en œuvre de « ses plans et programmes sans autres délais avant que la situation ne devienne pire ». [2] Ce programme fut très étendu et il vaut mieux citer longuement le témoignage du KAF :

« Le programme du Tev-Dem était très fédérateur, et couvrait tous les sujets de société. Beaucoup de gens du peuple, venus de différents milieux – kurde, arabe, musulman, chrétien, assyrien et yézidi – s’y sont impliqués. Son premier travail a été de mettre sur pieds toute une série de groupes, de comités et de communes partout dans les rues, les quartiers, les villages, les cantons, les petites et les grandes villes.

Leur rôle a été de s’occuper de toutes les questions sociales : les problèmes des femmes, l’économie, l’environnement, l’éducation, la santé, l’entraide, les centres pour les familles des martyrs, le commerce et les affaires, les relations diplomatiques avec les pays étrangers et bien d’autres choses. Des groupes ont même été établis pour arbitrer les contentieux entre différentes personnes ou faction afin d’éviter que ces disputes n’aillent en cour à moins que ces groupes soient incapables de les résoudre.

Généralement, ces groupes se réunissent chaque semaine pour parler des problèmes auxquels les gens doivent faire face là où ils vivent. Ils ont leur propre représentant dans le conseil du village ou de la ville, nommé « maison du peuple ». […]

Ils croyaient que la révolution doit se faire depuis la base de la société et pas de haut en bas. Ce doit être une révolution aussi bien sociale, culturelle et éducative que politique. Elle doit être contre l’Etat, le pouvoir et l’autorité. Ce sont les gens dans les communautés qui doivent avoir les responsabilités décisionnelles finales. Ce sont les quatre principes du Mouvement de la Société Démocratique (Tev-Dem) ».

À d’autres époques et endroits de tels mouvements d’assemblées démocratiques et de comités à la base de la société, ouverts au peuple, ont été connu collectivement sous le nom de Conseils Ouvriers. Si ces développements sont vrais, le Tev-Dem en était presque l’accomplissement.

Toutefois, de telles informations incluaient des comptes-rendus sur la création d’une assemblée constituante en tant que corps parlementaire législatif appelée Administration d’Auto-gouvernement démocratique. Comme New Compass, un collectif d’édition bookchiniste l’a rapporté :

« Tandis que dans de nombreuses zones la population kurde a déjà des décennies d’expérience avec les concepts de libération des femmes et de liberté sociale du mouvement kurde, ici aussi il y a bien sûr également des divergences. Certains souhaitent s’organiser dans des partis classiques plutôt que dans des conseils.

Le problème a été résolu au Rojava à travers une structure duale. D’un coté un parlement est choisi, pour lequel des élections libres sous supervision internationale doivent avoir lieu aussitôt que possible. Ce parlement forme une structure parallèle aux conseils ; il forme un gouvernement de transition dans lequel tous les partis politiques et les groupes sociaux sont représentés, tandis que le système des conseils forme une sorte de parlement parallèle. La structuration et les règles de cette collaboration sont pour le moment en discussion ». [3]

Ceci, parmi d’autres questions, met à nu la réalité de la situation politique au Rojava. Il n’est pas clair si l’établissement d’un tel appareil démocratique est une poussée de la part de certains éléments ou si c’est une partie et une parcelle du confédéralisme démocratique kurde. Avec les anarchistes le monde entier est en train de regarder vers ces développements comme une sorte de lueur libertaire dans la région. La question de l’État et de la forme de gouvernance qui est en train d’être établie doit continuer à être observée étroitement. Historiquement le programme socialiste libertaire a été pour le développement d’authentiques conseils de travailleurs et de comités comme ceux originellement mis en place par le Tev-Dem, et il y a eu d’amères combats contre l’établissement de projets d’États démocratiques parlementaires, avec des votes libres, où la participation est atomisée et le pouvoir réellement détenu par des pouvoirs exécutifs placés au dessus du peuple.

S’il y a un grand espoir pour des ouvertures libertaires dans la région, c’est l’existence des mouvements des femmes. La société kurde, comme la société mondiale dans son ensemble, a été une société profondément patriarcale au point qu’Öcalan, selon son propre aveu en 1992, est probablement un violeur, ce qui est particulièrement inquiétant concernant le culte de la personnalité développé autour de lui. [4] Bien que toujours attachées à ses enseignements, les femmes kurdes, du fait de leur propre expérience au cours des dernières décennies, ont commencé à s’organiser elles-mêmes de manière autonome. Des groupes comme le Mouvement des Femmes Libres (KJB en kurde) et l’Étoile des Unités des Femmes Libres (YJA Star en kurde) appellent à une solidarité mondiale entre les mouvements des femmes contre l’État-nation patriarcal. Comme Dilar Dirik, une activiste proche des YJA Star, le décrit dans son discours sur la formation d’un « État sans État » dans une vidéo qui a largement circulé, le mouvement des femmes kurdes, à travers son expérience du patriarcat dans le mouvement de libération nationale kurde et dans la société kurde en général, en est arrivé à la conclusion que former un nouvel État national ne devait plus faire partie du projet de libération kurde, car l’État national est de manière inhérente une institution patriarcale. Cependant, bien que de nombreux anarchistes soient d’accords avec cette analyse et sont sûrement en train d’hocher la tête, Dirik dit clairement que le mouvement n’est pas en ce moment en faveur de l’abolition générale de l’ État, mais en faveur d’organiser une autonomie démocratique malgré l’État. Comme anarcho-syndicalistes c’est notre devoir et non une critique de souligner que l’État syrien, aussi bien que le reste des États-nations qui encerclent le Rojava et qui existent dans le reste du Kurdistan, ne vont pas simplement disparaître avec le développement de leur projet pour une autonomie démocratique régionale. L’État doit être activement combattu et écrasé par les masses au sein de chaque nation et c’est la mission historique pour toutes les forces de libération révolutionnaires internationalistes.

En conclusion, le développement de la démocratie représentative sociale-démocrate, le passé nationaliste ethnique et patriarcal du PKK (Saleh Muslim, le leader du PYD, a laissé entendre qu’une guerre était nécessaire pour expulser les arabes de la zone [5]), la collaboration du PYD dans un trêve avec l’ASL et les islamistes [6], le service militaire depuis juillet [7], les différents éléments cherchant le soutien des USA et de la communauté internationale sont des raisons suffisantes pour être hésitant-e-s à mettre trop d’emphase sur la direction officielle. Les lueurs d’espoir là où elles existent sont dans la résistance et l’auto-activité des masses et des mouvements de femmes. Les processus sociaux de transformation sont compliqués et souvent les conflits et les dynamiques internes y règnent. Le programme politique mis en avant pourrait bien être décentralisateur avec de fortes potentialités vers la sociale-démocratie plutôt qu’anti-étatique et social révolutionnaire. Il y a également encore beaucoup de recherches qui doivent être faites sur l’économie et l’organisation industrielle et agraire. Cela n’empêche pas les anarchistes de défendre l’auto-défense des masses et de leurs propres organisations de lutte au Rojava contre l’État Islamique, les États locaux et l’impérialisme occidental mais nous devons faire attention de ne pas sauter en applaudissant la représentation officielle du mouvement kurde au travers de ses partis traditionnellement étatiques comme le PKK et le PYD.

Vive la lutte des masses travailleuses et des femmes libres.

Avec les opprimé-e-s contre les oppresseurs-euses, toujours !

K.B.

 

Sources:

[1] Les frappes aériennes ont été très très réussies. Très bientôt nous annoncerons au monde la libération de Kobanê ». Saleh Muslim. http://www.demokrathaber.net/dunya/salih-muslim-kobanideki-son-durumu-anlatti-h39595.html

[2] L’expérience du Kurdistan Occidental (Kurdistan syrien) a prouvé que le peuple peut changer les choses. En anglais : http://www.anarkismo.net/article/27301 et une traduction française ici : http://rojavasolidarite.noblogs.org/ (en date du 03/11/2014).

[3] Autonomie Démocratique au Kurdistan : http://new-compass.net/articles/revolution-rojava

[4] Dans un livre écrit par Öcalan en 1992 et intitulé « Cozumleme, Talimat ve Perspektifler » (Analyses, Ordres et Perspectives), il déclarait : « Ces filles mentionnées. Je ne sais pas. J’ai des relations avec des centaines d’entre elles. Je m’en fout de comment les gens le comprennent. Si j’ai été proche de certaines d’entre elles, comment cela aurait-il dû être ? (…) Sur ces sujets, elles laissent de coté toutes mesures réelles et trouvent quelqu’un et elles bavardent disant « on a essayé de me faire ceci ici » ou « cela m’a été fait là » ! Ces femmes sans honte veulent à la fois donner trop et ensuite développer de telles choses. Certaines des personnes mentionnées. Bonté divine ! Elles disent « nous en avons si besoin, cela serait très bon » et ensuite ce commérage est développé (…) Je le dis de nouveau ouvertement. C’est la sorte de guerrier que je suis. J’aime beaucoup les filles. Je les apprécie beaucoup. Je les aime toutes. J’essaie de transformer chaque fille en une amante, à un niveau incroyable, au point de la passion. J’essaie de les former depuis leur physique jusqu’à leur âme, jusqu’à leurs pensées. Je vois cela en moi pour poursuivre cette tâche. Je me définis moi-même ouvertement. Si vous me trouvez dangereux, ne vous approchez pas ! ».

[5] Le leader du PYD annonce une guerre avec les colons arabes dans les zones kurdes : http://rudaw.net/english/middleeast/syria/24112013

[6] Des détails sur le développement d’une alliance entre le PYD et l’Armée Syrienne Libre et des forces islamistes incluant une scission d’Al Qaïda en Syrie.

https://now.mmedia.me/lb/en/reportsfeatures/564212-fsa-fighting-alongside-kobane-kurds

http://www.ozgurgundem.com/index.php?haberID=118383&haberBaslik=YPG+ve+%C3%96SO+%27ortak+eylem+merkezi%27+kurdu&action=haber_detay&module=nuce

[7] La conscription commence dans les régions kurdes de Syrie, l’évasion autre part.

http://www.wri-irg.org/node/23519

Une réponse à l’article « Rojava : Une perspective anarcho-syndicaliste ».

 

Article envoyé par Hüseyin Civan, un membre de DAF (Devrimci Anarşist Faaliyet), un groupe anarchiste en Turquie et publié sur le site « Libcom ».

C’est une réponse à l’article « Rojava: An Anarcho-Syndicalist Perspective » écrit par un membre de la WSA (Workers Solidarity Alliance) et plus généralement c’est une réponse aux critiques concernant la participation active de DAF à la lutte au Rojava.

Le texte original en anglais peut être trouvé ici : http://libcom.org/library/response-article-rojava-anarcho-syndicalist-perspective

 

Les effets des révolutions sociales ne sont pas limités par le seul effet de la lutte contre les pouvoirs politiques et économiques dans la région géographique où la révolution se produit. Il est important de voir leur effet sur différentes autres régions avec les changements intellectuels et pratiques que cet effet amène. Parlant de la résistance à Kobanê, la révolution du Rojava est plus importante maintenant pour voir cet effet plus clairement.

La réaction et l’attaque de l’État et du capitalisme contre ce qui est en train de se passer au Rojava sont attendues en ce moment. Toutefois, nous devons tourner nos visages vers les débats internes au sein de l’opposition sociale en même temps. Il est nécessaire de souligner que de tels débats sont une ressource importante pour la compréhension de ce qu’est l’effet du Rojava.

Depuis le début de ce processus, les attitudes des camarades anarchistes envers la compréhension du Rojava et le soutien à la résistance ont été très importantes pour se remémorer la solidarité internationale, que nous n’avons pas l’habitude de voir d’une manière si organisée. De nouveau nous avons fait l’expérience que la solidarité est notre plus grande arme.

Cette forme de solidarité qui a été créée entre les anarchistes a inévitablement fait de la résistance à Kobanê un gros titre parmi les anarchistes tout autour du monde.

L’article « Rojava: Une perspective anarcho-syndicaliste » qui a été publié sur plusieurs sites différents est un des reflets de ce gros titre. Cette évaluation de l’article est spécialement destinée à corriger l’information à propos de la Révolution du Rojava et de la Résistance de Kobanê, au lieu de souligner les aspects positifs et négatifs de l’article et de faire une simple critique.

En considérant les différents commentaires qui peuvent se former et les différentes perspectives d’organisations anarchistes dans différentes régions géographiques ; j’ai centré la critique de l’article sur le sujet d’une évaluation incomplète de la lutte kurde pour la liberté et de la Révolution du Rojava. La critique politique contre une communauté qui est prise dans une lutte à la vie à la mort sous des conditions de guerre ne peut être faite en ignorant cette condition. Encore plus si la dite critique a certains préjugés et a été formée avec des généralisations tranchantes. Et bien sûr si un énorme mouvement populaire est évalué d’une manière dégradante…

Tout d’abord il est nécessaire de déclarer que former une relation de solidarité avec la Révolution du Rojava et la Résistance de Kobanê n’est pas une relation émotionnelle, au contraire de ce que les camarades prétendent dans « Une perspective anarcho-syndicaliste ». Parce que les organisations anarchistes ne basent pas leurs relations de solidarité sur la « sympathie ». Ces relations se forment principalement en prenant en considération une perspective politique et des stratégies planifiées pour réaliser cette perspective. Par conséquent, la solidarité et le soutien à une lutte ne sont pas loin de l’objectivité.

Dans différentes parties de l’article, la critique du PKK est censée être basée sur l’histoire du parti politique – et avec des critiques telles qu’une mise en œuvre imparfaite de la « municipalité libertaire », un état incomplet de transformation sociale et des racines nationalistes ; la condition et la perspective actuelle du Mouvement kurde est laissée sous le préjugé. En faisant tout cela le préjugé est basé sur une information incomplète, consciemment ou inconsciemment. Personne ne prétend que le Mouvement kurde pour la liberté est un mouvement anarchiste. Par conséquent, les pratiques qui sont proclamées imparfaites ou ayant des défauts devraient être évaluée en prenant en considération ce fait. D’un autre coté, un mouvement populaire qui apprécie autant la « critique de l’État et du capitalisme » ne peut être négligé par les anarchistes. Cette question ne peut être uniquement liée au « municipalisme libertaire » bookchiniste. Le mouvement a référencé de nombreux camarades différents, depuis Bakounine à Kropotkine, dans ses relations théoriques avec l’anarchisme et peut interpréter le problème de l’État avec une large perspective. Par ailleurs, réaliser cette idée mène à une pratique qui est très libertaire et non-centralisée. Je pense que ce point est très important. Cette information est basée non sur des citations tirées d’articles et de livres mais sur une observation mutuelle d’organisations politiques qui partagent un terrain de lutte commun.

La condition du Rojava n’est pas telle parce qu’Assad a quitté la région ou à cause de ses prétendus arrangements avec les pouvoirs globaux. La grande transformation sociale qui s’est produite au Rojava il y a deux ans et demi est intervenue dans une conjoncture où l’activité politique forçait le Moyen-Orient à choisir la gouvernance d’un des deux coté opposé (laïcs supporteurs de coups d’État/conservateurs démocrates). Le peuple du Rojava, lorsque le « printemps » se transforma en hiver dans la région du Moyen-Orient, ne se retrouva pas dans ces deux cotés et créa sa propre solution.

Alors que la vie a été reconstruite au Rojava, la structure non-centralisée des mécanismes sociaux qui ont été créé, l’emphase insistante sur l’absence d’État, l’organisation de relations de production-consommation-distribution d’une manière aussi éloignée que possible du capitalisme, l’auto-organisation comme garantie du processus social, les communes dans trois différents cantons façonnant leur fonctionnement avec des processus de décision indépendants sont indéniablement importantes à cette époque. Plus spécialement, comment un anarchiste peut-il nier le fait que ce processus est une expérience prometteuse pour la multiplication d’exemples similaires dans différentes régions géographiques ?

Répétons pour les camarades qui persistent à ne pas comprendre. Ceci n’est pas un effort pour prétendre que c’est un processus anarchiste. Cependant les caractéristiques anarchistes du processus au Rojava feront plaisir aux anarchistes qui luttent pour une révolution sociale. Ce plaisir est loin du romantisme qui est critiqué dans l’article, il s’agit de comprendre que nos buts politiques et nos stratégies sont applicables dans un tel système, à une telle époque.

Personne ne peut prétendre que les pratiques d’un peuple sans État sont négatives pour les anarchistes qui luttent pour une révolution sociale. De telles pratiques dans différentes régions géographiques peuvent se développer dans leurs conditions authentiques Prétendre que ces luttes authentiques ne sont pas adéquates avec les principes anarchistes et réduire leur importance, c’est exhiber une compréhension de l’anarchisme qui repose sur une arrogance théorique manquant de pratique. Une autre chose dans l’article qui vaut d’être soulignée, c’est l’authenticité de ses références. Il est intéressant de référencer les expressions d’un groupe en ligne juste parce qu’ils ont les mots Kurdistan et anarchistes dans leur nom. Ce n’est pas à propos du fait que les expressions des camarades soient vraies ou fausses. Le fait politique que le groupe base ses expressions là dessus est une question problématique, alors qu’il ne montre aucune activité politique dans la région du Kurdistan tandis qu’il critique théoriquement le Mouvement kurde pour la liberté à un niveau pratique.

Tandis que le mouvement des femmes au Kurdistan est directement relié avec le mouvement pour la liberté, des commentaires qui prétendent que le mouvement des femmes est à part de cette entièreté, ou même contre elle, altèrent l’information. C’est un défaut de logique de critiquer le mouvement comme patriarcal alors qu’on met l’emphase sur l’importance du mouvement des femmes dans la lutte. Qui plus est, le défaut de logique continue lorsqu’on prétend qu’Öcalan est un violeur en confirmant cela avec des citations provenant de sites web étatiques de contre-propagande. Un autre exemple de références est à propos des « kurdes voulant une guerre pour expulser les arabes ». Quand vous prélevez une cerise dans un discours sans prendre en compte son contexte, vous pouvez l’utiliser pour soutenir un contexte à vous. Il est clair que le sujet de l’information référencée est à propos des colons manœuvré-e-s par Assad pour changer la structure démographique de la région en vue de ses objectifs d’assimilation. Comme les colons israélien-ne-s.

On peut inventer des causes quand on essaye d’être sur-méfiant-e. Toutefois, il est important de questionner la relation entre ces causes et les faits actuels. C’est une erreur d’essayer de définir le Mouvement kurde pour la liberté comme un mouvement nationaliste. Cette définition et les autres négligent la transformation du mouvement et prétendent que l’ancienne structure politique de celui-ci continue. Une perspective qui n’a pas de connaissances des pratiques de processus et a seulement des articles critiques comme source d’information est extrêmement problématique. Parce qu’une part massive de ces critiques sont formulées par des mentalités étatiques et leurs extensions. Une critique saine peut être faite en observant et en faisant l’expérience des pratiques politiques. Toute critique qui manque d’une vision géographique régionale et de caractère pratique porte en elle le danger de tomber dans l’orientalisme.

Nous parlions auparavant à propos du processus au Rojava et du fait que le mouvement n’est pas anarchiste. Une autre chose qui manque c’est l’évaluation de la lutte pour la liberté du peuple kurde à part du fait qu’ils et elles ont lutté pendant des siècles dans la région mésopotamienne. Celles et ceux qui se détournent de la vérité par correction idéologique et dévalue une lutte populaire de plusieurs siècles trahissent leurs responsabilités révolutionnaires et devraient faire attention au front sur lequel ils et elles sont en train de se placer.

Percevoir les classes dans une vision superficielle et essayer d’interpréter les luttes sociales juste comme des luttes économiques, c’est créer une hiérarchie entre les luttes des opprimé-e-s. Un point de vue anarchiste qui limite les opprimé-e-s aux travailleurs-euses et néglige les autres relations de pouvoir contredit l’histoire du mouvement anarchiste. L’histoire révolutionnaire de l’anarchisme est pleine des luttes économiques, politiques et sociales des opprimé-e-s. Négliger l’effet du mouvement sur les mouvements populaires pour la liberté depuis l’Europe jusqu’à l’Extrême Orient asiatique à différents siècles, exclure l’apport pratique de cet effet aux luttes de classes en Amérique du Sud c’est ignorer la structure intégrée du mouvement anarchiste.

Nous ne sommes pas des diseurs-euses de bonne aventure. Nous ne pouvons pas savoir ce qui arrivera au Rojava dans un mois ou un an. Nous ne pouvons pas savoir si cette transformation sociale, qui ne nous donne pas seulement de l’espoir en tant que révolutionnaires qui luttent dans une région géographique proche mais qui nourrit également notre combat dans la région où nous luttons, ira vers un futur positif ou négatif. Mais nous sommes des anarchistes révolutionnaires. Nous ne pouvons pas seulement nous asseoir de coté, regarder ce qui se passe et commenter, nous prenons part aux luttes sociales et agissons pour une révolution anarchiste.

Vive la Révolution du Rojava !

Vive la Résistance de Kobanê !

Vive l’Anarchisme Révolutionnaire !

Hüseyin Civan

(de l’organisation anarchiste turc DAF)

Questions à propos de la campagne « Des armes pour Rojava » en Allemagne

Présentation :

Début octobre plusieurs groupes allemands ont lancé dans ce pays une campagne de solidarité avec la résistance armée au Kurdistan syrien (appelé Rojava) intitulée « Waffen Fur Rojava » (Des Armes Pour le Rojava).

Il s’agit de collecter de l’argent pour soutenir l’effort militaire des Unités de Défense du Peuple (YPG) et des Unités de Défense des Femmes (YPJ), liées au parti PYD en Syrie.

Les YPG et YPJ font face depuis début septembre à une offensive majeure du dénommé « État Islamique » dont la barbarie des objectifs et des méthodes n’est plus à démontrer. Les combats se sont pour l’instant surtout déroulés autour de (et dans) la ville de Kobanê au Kurdistan syrien et autour des monts Sinjar dans le Kurdistan irakien.

Les YPG et YPJ n’ont pour l’instant reçu qu’une aide militaire très ponctuelle et limitée de la part de la coalition internationale impérialiste qui voit d’un très mauvais œil la révolution démocratique en cours au Kurdistan syrien.

La résistance au Kurdistan syrien doit donc compter essentiellement sur elle-même et sur la solidarité internationale de la diaspora kurde et des forces progressistes, révolutionnaires et anti-impérialistes.

Les camarades allemands impliqué-e-s dans la campagne « Waffen Fur Rojava «  ont créé une page facebook (en allemand) visible ici : https://www.facebook.com/WaffenFuerRojava

Ils-elles ont ouvert un compte bancaire pour collecter l’argent depuis l’Allemagne ou d’autres pays. En voici les coordonnées :

Destinataire : MD

IBAN: DE98 5005 0201 1243 1674 49

BIC: HELADEF1822

Cette initiative a déjà été relayée en Suède où une campagne similaire a été lancée avec une page facebook (en suédois) visible ici : https://www.facebook.com/vapenrojava. La campagne commence également à être relayée en Hollande, Espagne, Grèce…

Les sommes collectées à la mi-novembre 2014 s’élèvent à environ 60 000 euros dont une première tranche de 35 000 euros a déjà été reversée au Commandement Général des YPG/YPJ. Celui-ci a remis aux organisateurs-rices de la campagne un reçu en bonne et due forme, rédigé en allemand, et qui est visible sur la page facebook de la campagne en date du 25 octobre.

Nous avons trouvé sur la page facebook de la campagne une interview en anglais postée le 12 octobre présentant les objectifs de celle-ci. Nous l’avons donc traduite en français afin d’aider à faire connaître cette initiative dans les zones francophones où elle est pour l’instant très peu connue.

Cette traduction est évidemment librement utilisable et diffusable.

Salutations libertaires.

 

– 8 Questions à propos de la campagne « Des armes pour Rojava » en Allemagne.

  1. Pourquoi avez-vous décidé de lancer une campagne pour collecter de l’argent pour les YPG ?

Les fascistes du dénommé « État Islamique » (EI) ont commencé leurs massacres au Moyen-Orient il y a plusieurs mois. Plusieurs milliers de personnes ont déjà été tuées. Ni le gouvernement central d’Irak ni les peshmergas, les troupes du clan Barzani, n’ont eu la volonté ou la capacité de les arrêter. L’armée du PYD, les milices de défense du peuple, YPG et YPJ, en coopération avec le PKK, furent les seules qui aidèrent les Yézidis à s’échapper. Maintenant l’EI veut éliminer les régions autonomes administrées par les kurdes en Syrie, connues sous le nom de Rojava. Le caractère spécial de cette région autonome est que sa société est construite sur un système d’auto-gouvernement, d’égalité des droits pour les gens des différentes convictions, religions, nationalités et genres. De ce fait elle est probablement la force la plus progressiste de la région. Les pays impérialistes ne sont pas en faveur de défendre cette région et sa population. La Turquie, leur alliée, a fermé la frontière et presque aucune arme ne parvient à l’armée des YPG/YPJ. En tant que révolutionnaires, en tant qu’internationalistes, nous avons décidé de soutenir la milice du Rojava, dans l’espoir de prévenir le massacre d’une population entière. Nous savons que c’est seulement une très petite contribution au combat contre les fascistes et nous sommes conscient-e-s de la nécessité d’organiser le combat contre le système impérialiste qui les a élevé.

  1. Quelles sont les organisations impliquées ?

La campagne a été lancée la semaine dernière par la Nouvelle Organisation Anticapitaliste, l’Action Révolutionnaire Antifasciste de Berlin et également par un groupe dénommé « Perspektive Kurdistan ». Dans les derniers jours plusieurs groupes de tous les horizons de la gauche ont offert leur soutien à la campagne. Les questions à propos de la possibilité de contribuer arrivent toutes les dix minutes. Ce n’est pas facile de garder une vue d’ensemble mais nous sommes submergé par la résonance absolument positive de ce projet ! Le lundi 13 octobre nous lancerons officiellement la campagne avec une conférence de presse, jusqu’à maintenant cela se répand seulement via facebook. Au cours de la semaine prochaine nous consoliderons nos ressources pour élargir la campagne et voir comment nous pouvons impliquer tous les soutiens. Nous avons des capacités limitées mais le surprenant succès de la campagne nous motive à travailler pour elle à 150% !

  1. Quelles sont jusqu’ici les réponses en termes généraux ?

Nous recevons des réponses positives et enthousiastes de toute l’Europe ! Pas seulement de groupes politiques de toutes les tailles mais également de la part de nombreux individus qui disent que cette campagne est un grand pas en avant et que c’est ce dont nous avons besoin ! Nous regrettons que les grands partis de la gauche réformiste et les syndicats restent muets jusqu’ici. Nous appelons quiconque se définissant comme un-e progressiste, un-e internationaliste, un-e socialiste à soutenir cette campagne et à se lever contre une intervention impérialiste au Moyen-Orient.

  1. Combien d’argent avez-vous déjà collecté ?

Nous avons collecté environ 23 000 euros ces cinq derniers jours.

  1. Comment collectez-vous l’argent ?

Nous avons commencé la campagne sur facebook et nous y avons principalement diffusé l’appel et le numéro de compte bancaire. Nous avons également imprimé des affiches, des autocollants et des tracts et nous les avons distribué. Beaucoup de gens en Allemagne demandent du matériel, nous essayons de leur envoyer aussi vite que possible. Il y a aussi des groupes et individus qui ne veulent pas envoyer d’argent depuis leur propre compte bancaire, ils-elles nous donnent l’argent en face à face lors des manifestations ou d’autres évènements. Ce jeudi nous avons organisé un évènement avec des témoins oculaires qui venaient du Rojava. Plus de 300 personnes étaient dans l’auditorium et nous avons collecté là-bas environ 900€.

  1. Y a-t-il des problèmes légaux qui se posent en Allemagne lorsqu’on collecte de l’argent pour les YPG ?

Pourquoi devrait-il y avoir des problèmes légaux concernant la collecte d’argent pour une organisation légale ? Le PYD n’est pas interdit en Allemagne. C’est un parti légalement enregistré et il est donc absolument légal de collecter de l’argent pour eux-elles.

  1. Allez-vous essayer de rendre la campagne internationale ?

Ce n’est déjà plus une question qui dépend de nous parce que nous avons beaucoup de dons en provenance de pays étrangers comme la Suède, la Norvège et l’Autriche. La Nouvelle Organisation Anticapitaliste obtient de plus en plus d’attention internationale depuis le début de notre campagne et nous essayons d’être en contact avec toute structure qui veut nous soutenir. Mais, une nouvelle fois, nous ne sommes pas capables de l’organiser entièrement par nous-mêmes à cause de nos capacités limitées. Nous sommes très reconnaissant-e-s mais nous dépendons aussi de l’auto-initiative !

  1. Avez-vous un message pour les mouvements de gauche et pour les soutiens de la lutte du Rojava dans d’autres pays ?

Rejoignez notre campagne, faites la connaître dans tous les recoins de vos structures pour soutenir la lutte de nos camarades kurdes ! Ne soyez pas effrayés par tous les nationalistes, fascistes et autres réactionnaires qui essayent de nous freiner. C’est maintenant l’heure pour la solidarité internationale, le temps de la révolution est arrivé !

Biji berxwedane Rojava ! Longue vie à la résistance du Rojava !